FANDOM


Shiba si mosse verso il bordo della nuvola a decine di chilometri di altezza. Sospeso nell’aria galleggiò con i piedi eterei che sfioravano il soffice bianco fino ad affacciarsi sul baratro, incurante.

Sotto di lui la grande metropoli multicolore di cemento ed asfalto, a perdita d’occhio.

Un lembo del suo stretto ed elegante kimono rosso ed arancio si mosse appena nella brezza della notte afosa. I suoi capelli invece non si scomposero; rimasero come sempre curati, perfetti, con la coda riportata sulla testa rasata sulla sommità, come si addice ad un dio.

I lineamenti del suo volto, severi, si scomposero appena mostrando un cenno di noia, appena visibile nella fioca luce di padre Luna proveniente da dietro di lui. Shiba ragionò su quanto Otosan Uchi era cambiata in duemila anni. Decise che avrebbe fatto visita ai suoi figli, dopo tanto tempo.

Concentrò lo sguardo verso le figure che più gli parvero familiari: delle alte torri azzurre al centro della città. In mezzo a queste un magnifico giardino al cui centro notò una fontana.

Batté le palpebre e fu lì accanto.

Focalizzò l’attenzione sulla colonna centrale dalla superficie a specchio. L’acqua ne usciva crepitante rotolando fino a terra. Percepì contenesse qualcosa di prezioso.

Allungò la mano per comandare alla colonna di mostrargli il suo contenuto. La sua volontà di possente kami faticò a dominare quel monolito alieno, diverso da quanto avesse mai conosciuto.

Shiba si lasciò scappare una minima smorfia di disappunto.

Infine i circuiti dentro la colonna allinearono i loro impulsi elettronici: un flusso di dati cominciò a scorrere tra i chip, le connessioni, le memorie. Shiba guardò per la prima volta dentro la matrice informatica globale attraverso il punto di accesso senza fili dentro la colonna.

La sua mente si trovò come in un immenso dedalo, un labirinto spoglio e geometrico distribuito su infiniti piani e molteplici dimensioni fatto di griglie di linee di luce, su di uno sfondo nero, infinito, senza essenza. Si sentì per un momento a disagio; poi la sua mente si adattò a quella nuova realtà.

Presto sentì qualcosa di familiare e di giusto in quel luogo. Capì che quello che poteva trovare lì era una sola cosa: informazioni.

Si guardò intorno pensando da dove cominciare. Attorno sfrecciavano senza sosta milioni di flussi di energia, lunghi draghi, saette splendenti tanto lunghe da non avere fine, tanto veloci da non poter essere visti che per un istante. Alzò una mano ed uno di questi si fermò. Desiderò gli portasse informazioni sulla sua genia. Il drago si distribuì come fosse un fulmine in una nube ovunque nella Rete, poi, nel tempo di dire ‘RO-KU-GAN’, fu di ritorno; la sua energia elettrica rabbiosamente confinata in un punto vibrante e scalpitante milioni di volte al secondo.

“Bene, quindi funziona così,” si disse. Desiderò.

Di fronte a Shiba confluirono uno, due, dieci, cinquanta di quei draghi elettronici. Si accartocciarono tra loro per formare diverse forme traslucide cubiche. Dentro apparvero scene, come in un teatro virtuale.

Un dio, il kami della conoscenza, non ebbe problemi ad assimilare tutte quelle informazioni in una volta sola.

Si lasciò sfuggire un sorriso quando rivide lui ed i suoi fratelli, nati da padre Luna e madre Sole, cadere sul mondo appena creato. Rivide con nostalgia la fondazione da parte loro dei sette clan e della dinastia imperiale.

Permise alla sua fronte di aggrottarsi un istante quando rivide l’ultimo di loro, Fu Leng, cadere oltre il bordo ed affondare nella palude.

Da lì il genere umano prese a diffondersi su Rokugan. Rivide la civiltà esplodere, la divisione dei clan in famiglie; la creazione delle caste dei samurai guerrieri, degli shugenja sacerdoti poi sempre più maghi, degli heimin lavoratori della terra, dei reietti, gli eta. Rivide mille anni di crescita, conquiste, espansioni, scoperte, cultura; guerre, sofferenze, morte, tragedie, dolore, malvagità.

Tutto ciò lo ricordava bene.

Vide il primo tentativo di Fu Leng, ormai signore di tutti i mali, di impadronirsi del mondo e la sua conseguente sconfitta finale. Il suo volto rimase impassibile.

Vide poi passare altre vittorie, conquiste, progressi e sconfitte. Il suo volto a quelle immagini divenne sempre più contratto. Non si scompose, certo, ma si aggrottò. Shiba si rese conto che più gli eventi avanzavano meno li ricordava. Impossibile per lui.

Continuò ad osservare, cercando di capire. D’un tratto il mistero gli si districò di fronte. Fu Leng non era stato distrutto per sempre ma da allora aveva tramato nell’ombra, escogitando il suo piano più grandioso.

Vide lui ed i suoi fratelli dei divenire sempre più assopiti, sempre più ignari del mondo. Sicuramente un potente incantesimo del loro amato fratello. Ecco perché non ricordava nulla di ciò che vide.

Un giorno, Fu Leng salì in cielo cacciando madre Sole e padre Luna, diventando il signore incontrastato di tutto. Il mondo divenne buio, il suo volto perennemente disegnato nella volta celeste. Nell’eccitazione del potere, Fu Leng cominciò a trasformare il mondo, a plasmarlo con le sue mani, a distruggere e devastare. Per tredici giorni fu il caos. Poi l’Imperatore, discendente del più forte tra i kami, salì al cielo e poté sconfiggerlo.

Il mondo dopo quegli eventi non fu più lo stesso. Rokugan ne uscì sconvolto, nella geografia oltre che nell’anima. Montagne stavano al posto di valli, pianure al posto di mari. Rokugan divenne un’isola. Il mondo intorno divenne qualcosa di nuovo e sconosciuto, come se il suo amato paese fosse stato incastonato in un pianeta del quale non faceva parte.

La civiltà si riprese con difficoltà; la sua gente fiera infine riuscì a trovare un suo posto nel nuovo mondo. I suoi abitanti lo chiamavano Terra. Molte altre nazioni erano fiorenti così la sua gente in principio si isolò, tentando di mantenersi pura rispetto a quelle popolazioni straniere, a quei gaijin; troppo spesso essi si rendevano colpevoli di abitudini barbare, di vizi e moralità discutibili.

Vide passare secoli difficili, nei quali la tecnologia progredì immensamente. Vide secoli di altre lotte, successi, impegno, sconfitte, felicità e dolore. Vide l’ascesa di Iuchiban a riempire il vuoto lasciato da Fu Leng. Vide macchine ruggire sotto la spinta del vapore, vide le scienze e la medicina, vide l’elettronica e l’informatica.

Vide il nuovo corso delle cose. Vide i clan passare da veri gruppi di famiglie a semplici nomi di riferimento per stili di vita, vide le stesse famiglie diventare società economiche ed organizzazioni sociali, vide la politica diventare plebiscitaria; vide nascere il governo, e l’Imperatore relegato al solo ruolo di osservatore con diritto di veto.

Il suo volto non reagì ma il suo cuore si chiese quanto questo fosse blasfemo.

Poi, capì quanto questo fu necessario per competere in quel nuovo mondo. Comprese: il suo popolo evolse per rimanere il più possibile puro senza soccombere. Vide il favore garantito dall’Imperatore rimanere una garanzia di prestigio e valore in grado di decretare il successo o la caduta di personalità pubbliche ed aziende. Vide le società sostituire le famiglie per mantenere alta la competizione e così l’eccellenza. Vide la grande capitale diventare una delle più straordinarie città del mondo. Le sue strade, i suoi grattacieli, le industrie, il suo popolo crescere a dismisura.

Decise questo fosse in ultima analisi buono, se aveva permesso lo sviluppo di quella straordinaria Rete Informatica, dove si poteva racchiudere in un colpo solo tutta la conoscenza dell’universo.

Shiba alzò le mani e desiderò di visitare tutto quel nuovo mondo. Un drago di luce saettò davanti ai suoi piedi. Lui vi salì sopra, questi partì alla velocità della luce. In un attimo non ci furono più.


Guardando il basso lungo edificio dell’ala sud del complesso dei palazzi imperiali tutto pareva dormire nel buio. Buia appariva la piccola stanza degli uffici del Miya Cartography Service, la biblioteca privata imperiale che gestiva anche i Netrunner personali dell’Imperatore; i neon azzurri agli angoli del pavimento emettevano la loro debole luce, giusto per evitare di inciampare.

Anche l’uomo al suo interno sembrava dormire, sdraiato sul lettino ergonomico sospeso a mezza altezza. La scena poteva apparire, nella luce un po’ spettrale dal basso, una scena lugubre da obitorio.

Invece il netrunner di turno non dormiva affatto. Era intento nel suo giro di routine dei sistemi di sicurezza e dei monitor di allarme che da tutti i maggiori sistemi informatici di Rokugan confluivano lì.

D’improvviso una luce lampeggiò nella testata del lettino: uno degli allarmi.

Il corpo del netrunner, in un elegante kimono tradizionale come qualunque nobile Miya, ebbe un sussulto. Aprì gli occhi per lo stupore poi sollevò le mani con i guanti di interfaccia, in due movimenti bruschi.

Atti provocati dall’eccitazione data dall’allarme in quella altrimenti comune notte; incoscienti. Il suo cervelletto infatti era connesso alla Rete Informatica Globale tramite il neuralplug alla base del suo cranio, la coscienza totalmente trasferita nella Matrice.

Il netrunner tornò immobile. Il segnale era una chiamata del telefono rosso, come veniva chiamato, la linea riservata della Soshi Intelligence and Counterintelligence ltd, i servizi segreti.

Rispose subito: “Qui è il Miya Cartography Service, postazione di guardia permanente. Cosa posso fare per voi?”

Dall’altra parte una voce femminile, un po’ roca, contraffatta: “Salve, abbiamo un’emergenza. Negli ultimi tredici minuti abbiamo ricevuto una serie di allarmi di violazione di alcuni siti di importanza nazionale. Sembra siano stati violati, nell'ordine: la Kuni Record Matrix, ottenendo un livello di accesso Smeraldo, la Kitsu Ancestors Veneration Center Main Grid, stesso livello di accesso, ed il Miya Cartography Service Primary Domain, livello di acceso Giada.”

“Come? Sono entrati qui? Ma io...” rispose il netrunner, mentre sul suo corpo i suoi occhi si aprirono e chiusero alcune volte: un intruso a quel livello di accesso poteva aver curiosato lungo tutta la matrice privata del palazzo come fosse stato un membro della famiglia imperiale.

“Beh, non la biasimiamo, il livello di accesso Giada non viene comunemente monitorato, nessuno vuole sapere se l’Imperatore decide di farsi un giretto in rete nel pieno della notte,” commentò la voce clemente.

“Il nostro problema è un altro: tutto ciò sembra essere avvenuto in soli tredici minuti. Un netrunner esperto impiegherebbe almeno mezz’ora per avere un accesso ad uno solo di quei sistemi. Il nostro soggetto sembra dotato di capacità fuori dal comune.

Non vorremmo nemmeno pensare all'Innominabile od a qualche nuova diavoleria della Iuchiban Unlimited, sa. Vorremmo per ciò intercedeste per noi presso l’unica forza che ci sembra potrebbe fare luce su questa storia. Le chiediamo di far intervenire, con forza, gli Spirit Binders.”

Il netrunner Miya rimase un momento in silenzio: “Sì, beh... Certo”, si decise poi, “certo, lo consideri già fatto.”

Si connesse in fretta alla sede della Agasha Computer Science Department, il dipartimento informatico dell’università; ad una guardiola sempre attiva tutto il giorno. Rispose una assonnata guardia Ashigaru: “Allerto subito lo Spirit Binder di turno, Edo sama.”

Edo Nortaka ad occhi chiusi contò un altro colpo della banderuola di bambù; urtava il suo fermo quando la poca brezza calda della notte ve la faceva sbattere. Nel suo leggero kimono verde bordato d’oro si chiese se potesse esserci un oscuro codice binario nascosto in quei ticchettii casuali. No, di certo no.

I passi dell’Ashigaru ruppero la calma del giardinetto zen all’aperto in cui Edo stava seduto a gambe incrociate in meditazione. Corse fino dentro il suo ufficio non appena messo a parte della chiamata ricevuta. Si sedette in una comoda poltrona di pelle nera di fronte ad una complessa plancia tipo aereo. Operò su alcuni tasti attivandola. Il suo neuralplug wireless lo connesse alla Rete Informatica Globale.

La sua vista normale venne in pochi secondi sostituita dall’immagine delle Rete. Edo fece un grosso respiro poi spinse la sua concentrazione verso di essa. Cominciò a ripetere una nenia rituale per focalizzare se stesso sul tutto e sul niente della Rete.

Il suo corpo, lentamente, cominciò a rilassarsi, svenne, poi smise di respirare. La sua coscienza, ma anche la sua anima, venne trasferita letteralmente all’interno della Rete.

Lì loro Spirit Binders potevano agire più direttamente sui suoi elementi di base; con la contropartita che non essere più dentro il proprio corpo con la propria anima può non essere positivo in caso di pericolo.

Edo si aggiornò sui fatti dal netrunner Miya. Nel frattempo quello aveva allertato un’unità di crisi imperiale, la quale gli aveva concesso il benestare imperiale ad agire. “Dev’essere qualcosa di grosso davvero,” pensò. Decise di informarsi meglio: contattò chi aveva già cominciato ad indagare sulla questione.

I siti già attaccati avevano messo in campo le loro forze per cui poté avere qualche primo dato. Parlò con il Netrunner Miya che lo aveva allertato, poi con due netrunner del Kitsu Ancestors Veneration Center ed un netrunner Kuni.

Registrò le sue prime impressioni nel suo registro delle attività: “Il soggetto sembra entrato nel dominio principale Miya. Non si sa come. Di lì ha curiosato nella rete del Palazzo Imperiale. Sembra aver richiesto informazioni sull’Imperatore e la sua genealogia. Un attentato? Un rapimento? Sembra poi aver scaricato la genealogia della famiglia Shiba e del clan Phoenix. Ha anche richiesto informazioni estese su alcuni oni, demoni.”

Dopo una piccola pausa volle registrare anche le sue conclusioni più immediate: “La situazione non mi è chiara. Quale può essere il nesso logico tra queste informazioni? Questo strano interesse per la storia può significare qualcosa? Dopotutto il livello di accesso ottenuto in quei siti avrebbe permesso all’intruso di scatenare un disastro, se avesse voluto: mandare ordini a strutture militari, scoprire misure di sicurezza top secret, trasferire immense ricchezze.”

Chiuse la registrazione poi chiamò una sua conoscenza, Gimesu Braushi, un Phoenix shugenja; un mago, netrunner ed esperto di Maho, la magia nera. “Scusa se ti butto giù dal letto a quest’ora ma c’è di mezzo una chiamata dell’Imperatore in persona,” esordì Edo non appena fu di fronte al suo avatar virtuale.

“Accidenti, e cosa sarebbe accaduto?”

Edo lo informò rapidamente dei fatti per arrivare al dunque: “Ti ricordi di un certo Pastbyte, quell’hacker di qualche anno fa? Non era un fissato con la storia?”

Gimesu, ancora un po’ addormentato, non ebbe però esitazioni su questo: “Tentò di eliminare quello che lui credeva un troppo zelante revisionismo storico dell’ultimo periodo operato dagli storici imperiali, sì. Non può essere il tuo uomo. Nel suo ultimo attacco incappò in una Defensive Net Grid, un Black Ice che produsse danni irreparabili al suo neuralplug. Da quella disconnessione di lui non si seppe più niente.”

“Capisco. C’è però un altro aspetto su cui volevo confrontarmi. Un così forte interesse per la storia mi fa pensare all’Asako Ancient History Foundation. Loro tengono le registrazioni storiche ufficiali dell’Impero, giusto? Il nostro intruso non l’ha visitato ma forse potrebbe essere un suo prossimo interesse.”

“No, al momento il nostro dominio non è stato attaccato. Suggerisci quindi di provare ad aspettarlo là?” rispose colpito Gimesu.

“Sarebbe la mia idea. Tu, io e Shido Haname, un netrunner della Kitsu Ancestors Veneration Center. L’ho già contattato.”

“Un Kitsu del clan Lion? Una squadra non convenzionale di certo.”

“Già. Il nostro intruso non sembra proprio un tipo convenzionale. Se non c’è di mezzo la Maho magari si tratta di uno spirito di un antenato arrabbiato. I Kitsu possono comunicare con loro.”

I tre fecero rapidamente conoscenza mentre procedevano alla velocità di un pensiero verso la matrice centrale dell’Ancient History Foundation, il sito principale sottostante l’organizzazione.

Arrivarono di fronte all’accesso virtuale a forma di antico portone in legno con l’effige gialla di una piuma infuocata. Gimesu estrasse il suo sigillo, il mon di netrunner del clan Phoenix, mostrandolo al portone. Nulla accadde.

Di norma il portone avrebbe dovuto reagire, per lo meno mostrare un qualche allarme, far intervenire degli ICE, delle contromisure anti intrusione, ma non accade nulla.

Edo commentò: “Qui è tutto spento. Non un tentativo d’intrusione, tutto è stato proprio messo a tacere. Quantomai anomalo.” Poi allungò la mano, semplicemente spingendo il portone. Si aprì. “Prego,” disse facendo cenno agli altri due di entrare.

Fecero i primi passi con circospezione. Notarono in breve però quanto il grande tempio traslucido pieno di stanze fitte di pergamene virtuali contenenti la storia di Rokugan fosse totalmente privo di forme di esistenza elettronica. Nessun netrunner, nessun ICE, niente di niente.

“Accidenti,” incitò Edo: “deve essere stato utilizzato un accesso amministrativo, ci ha preceduto. Sbrighiamoci, forse il nostro uomo è ancora qui.” Corsero dividendosi.

A breve arrivarono i primi aggiornamenti: “Entro nell’ala sud, per il momento non vedo nulla,” comunicò Gimesu.

“Nel lato nord nulla, procedo cercando nelle singole stanze,” disse Shido. Edo dopo qualche rapida ricerca pensò di tentare con qualcosa di diverso. Corse oltre il grande banco di memoria centrale, un enorme deposito al centro del tempio contenente forse milioni di singoli rotoli di dati. Cercò oltre di essi dove supponeva esistessero gli accessi secondari ai sottosistemi di servizio dello stesso sito.

Trovò un accesso di comunicazione con i sistemi di backup aperto. Entrò di corsa nel corto canale ad alta velocità dedicato al trasferimento dati verso i sistemi di archiviazione di sicurezza. Si bloccò, incredulo.

Ciò che gli apparve sospeso al centro del suo campo grafico fu un flusso elettronico, una delle migliaia di saette binarie che trasportano informazioni alla velocità della luce all’interno della Rete. Immobile, tutto concentrato in un punto, come contenuto in una bolla di sapone. Rimbalzava migliaia di volte al secondo contro i confini invisibili della forza che lo tratteneva.

Lo trovò assolutamente affascinante. Di norma quelle cose sono invisibili all’uomo, si studiano solo sui libri. La tecnica lo aveva sempre affascinato, quel flusso concentrato era abbagliante.

Ancora soprappensiero chiamò: “Gimesu, Shido, venite a vedere.” Gimesu e Shido rimasero colpiti quanto lui, quest’ultimo però notò subito una strana sensazione. Concentrandosi un momento con gli occhi chiusi sentì l’energia residua di uno spirito molto forte. Se n’era appena andato.

Shido entrò in comunicazione con quell’energia che ancora aleggiava, in pochi secondi realizzò da chi provenisse e da dove avesse avuto accesso alla Rete. Ancora in trance disse solo: “E’ al parco del complesso Crane al centro della città, accanto al punto di accesso nella fontana al centro di esso.”

“Bene!” disse Edo mentre si metteva in comunicazione con una pattuglia HIDA: “Sono Edo Nortaka...”

“Fermo Edo sama.” Edo venne interrotto da uno stranito Shido: “Non credo una pattuglia HIDA, armature Avenger o no, possa essere di qualche aiuto in questo frangente. Dovremmo invece allertare il corpo diplomatico al completo e forse anche l’Imperatore vorrà essere informato, credimi”.


Lady Sole cominciò a far capolino oltre l’orizzonte. Il profilo degli alti palazzi azzurri e bianchi attorno al giardino cominciò a stagliarsi sul cielo nero. Al centro di esso una figura scura si delineò appena, in attesa, stretta nel suo cappottone. Su di una terrazza al primo piano due figure studiarono la scena, accucciate dietro il davanzale.

Gidako Donai indossava la sua corazza Hoei d’ordinanza personalizzata in verde ed oro, con al fianco il suo daisho e sul petto il distintivo da ispettrice della Kitsuki Investigative Agency. Non aveva portato armi da fuoco, se ci fosse stato del movimento sarebbe stato molto ravvicinato.

Mentalmente comandò all’elmetto della corazza di abbassare l’intensificatore di luce. Il comando si formò rimbalzando tra i suoi neuroni, scivolò fino al suo cervelletto e corse fino al cyberplug della sua corazza attraverso il neuroplug infilato nella sua colonna vertebrale. Voltò la testa verso Maeda Soderu, al suo fianco in una corazza Supai, per controllare se la visione fosse ottimale.

Pensò quanto non fosse comune vedere un non Scorpion indossare una di quelle corazze. Una tuta servocomandata, come la sua, ma attillata in materiale plastico morbido con solo alcuni inserti rigidi nelle zone più delicate. Ne aveva affrontate più volte. Maeda deve avere molti amici, pensò, o molti nemici che dovevano tenerselo buono, magari.

Dopotutto era uno shugenja, un mago dell’Isawa Imperial Shugenja Accademy, ma anche un inquisitore, uno bravo. In effetti, con quella tuta silenziosa color rosso scuro sarebbe stato quasi invisibile nella notte. Anche se avrebbe indossato i colori Scorpion.

Mancava solo dell’emetto: forse Maeda, nonostante la pacatezza tipicamente Phoenix, andava fiero delle cicatrici sul lato sinistro del volto, segno di una dura battaglia con un demone.

Gidako venne interrotta dal rumore di un motore in avvicinamento: una Shinjo Comfort, bianca, apparve lontano. Gidako appoggiò una mano sul braccio di Maeda.

L’auto di lusso si fermò un po’ distante, sul viale carrabile, il più vicino possibile al giardino. Due persone scesero. Gidako attivò l’analizzatore del suo elmetto. Nel suo campo visivo apparvero una serie di numeri e statistiche, mirini e griglie 3D.

Analizzò il primo uomo: un tizio di mezza età vestito con uno sfarzoso kimono da cerimonia, verde acqua, impettito, con tanti strati di seta addosso da aver bisogno di aiuto per uscire dall’auto. Sul petto una mostrina: Otomo Negotiation and Diplomatical Council. Sperò fosse falso. Un consigliere imperiale? Sarebbe significato corruzione tra i più stretti collaboratori dell’Imperatore.

La cosa prese ad assumere toni scottanti, ancor più quando spostò l’analisi sull’altro tizio: un omone enorme avvolto in un largo cappotto nero dai piedi alla testa. Gli indicatori della sua armatura impazzirono; la fisionomia, i dati fisici e biologici, quelli energetici non erano umani.

Strinse di più il braccio di Maeda. Lo guardò in procinto di parlargli quando si accorse che i suoi occhi stavano brillando di un bagliore azzurro. La sua bocca articolò alcune parole mute; un incantesimo. Maeda la anticipò: “Demone. Tu dammi solo il via”, disse come in trance.

L’auto spense il motore. I due tizi si avvicinarono al giardino verso il tizio in attesa. Quest’ultimo si profuse in un largo inchino appena li ebbe davanti. L’Otomo rispose con appena un cenno. Il bestione non reagì. La conversazione fu breve: “Hai quello che cerco?”, iniziò l’Otomo.

“Certo, signore, ecco, con i migliori auguri del mio padrone.” L’uomo estrasse dalla tasca del cappotto marrone una ricca scatolina di marmo rosso legata con un nastro di seta nera. La porse con entrambe le mani in avanti, stendendo completamente le braccia ed abbassando la testa. Il tizio elegante la prese e fece per infilarla tra le pieghe del kimono. Non doveva succedere.

Gidako disse ferma: “Andiamo.” Saltò oltre il parapetto appoggiandovisi con una mano. Un istante dopo Maeda oltrepassò il parapetto a piedi uniti. Atterrarono contemporaneamente sull’erba, Maeda non fece il minimo rumore mentre i 150 Kg di Gidako e della sua armatura potenziata provocarono un sordo tonfo.

I tre al centro del prato si voltarono sorpresi. Il tizio elegante infilò rapido la scatoletta nel kimono, segno del suo valore. Il tizio più normale rimase immobile. Il bestione si girò con più calma. L’auto accese il motore.

Gidako estrasse la katana con la mano destra, mentre poggiò solo la sinistra sull’elsa del wakizashi. Intanto corse in avanti, arrivando quasi addosso al bestione.

Maeda rimase indietro. Cominciò a roteare le mani di fronte al volto, pronunciando parole arcane. Un’aura verde smeraldo si materializzò di fronte a lui, per poi concentrarsi in una sfera e scagliarsi contro l’omone. Gli esplose contro in una fiammata arancio. La bestia urlò alzando le braccia al cielo. Brandelli di cappotto bruciati saltarono a terra. Il ruggito gutturale e profondo, come di animale, l’odore di carne strinata.

La luce ed il fumo si diradarono mostrando la natura del demone: un ogre alto parecchio più di due metri, pelle grigia rugosa, testa squadrata, due zanne prominenti verso l’alto dalla bocca, testa pelata, due piccole e tozze corna. Sotto il cappotto vestiva solo un gonnellino di listelli di bambù. Sulla schiena una grossa katana a due mani, un no-dachi.

Il mostro digrignò i denti per il dolore dello squarcio alla spalla sinistra mentre estraeva il grosso spadone, preoccupando non poco Gidako.

Il tizio normale estrasse da sotto la giacca una 9mm con mano incerta, poi fece due passi indietro.

L'Otomo partì di corsa verso l’auto. Gidako d’istinto fece la mossa di inseguirlo. L’ogre, vedendola, fece due passi sulla sua traiettoria sollevando rapidamente lo spadone per poi farlo ricadere su di lei. Gidako estrasse il wakizashi, pronta. Bloccò la lama della spada con la sua, all’altezza dell’attacco con l’elsa.

Le ginocchia le tremarono per l’impatto delle enormi braccia della bestia; quasi riuscì a romperle la parata. Gidako dovette fermarsi lì ad affrontare quel ogre.

Maeda guardò il tizio normale con la pistola, poi l’auto accesa. Alzò il braccio verso il primo. Una rapida raffica di brevi sibili, una linea di scintille metalliche partì dalla canna dello Shosuro Stinger attaccato sotto l’avambraccio. Il tizio ne venne colpito. Piccoli schizzi di sangue fuoriuscirono da molti punti del suo petto. Questi urlò cadendo all’indietro, a terra.

Il tipo elegante intanto arrivò correndo allo sportello dell’auto, apertosi nel frattempo, mentre l’auto cominciava già a muoversi.

L’ogre sollevò un po’ lo spadone, portandolo sul suo lato ed attaccando con un largo fendente in diagonale dal basso verso l’alto; un colpo da esperto. Gidako schivò chinandosi sulle ginocchia. Un colpo da esperto ma troppo impetuoso, notò: il bestione si era sbilanciato. Gidako chinandosi incrociò le spade di fronte al petto con le punte verso il basso. Si rialzò facendo leva sulle gambe. Fece scorrere le spade a croce sul petto del ogre con tutta la forza che aveva. Le lame penetrarono profondamente nella carne del petto del mostro lasciando un impressionante squarcio ad ics. La bestia grugnì mentre spinto dall’impeto dell’attacco cadde di schiena all’indietro, svenuto.

La portiera si chiuse mentre l’auto prendeva velocità. Maeda corse verso di essa, alzando il braccio. Si rifermò, prese posizione favorevole, gambe divaricate ben piazzate. Fece fuoco con lo Stinger. Un flusso quasi ininterrotto di aghi d'acciaio ne uscì, verso la ruota posteriore sinistra dell’auto. Mirò senza difficoltà quel flusso di scintille ben visibili nella penombra. Il guaio fu il potere di penetrazione degli aghi sulla gomma.

Per due o tre secondi decine di aghi saltarono colpendo la carrozzeria, l’asfalto e la gomma dura, con scintille e rumore di metallo stridente.

Finalmente uno riuscì a penetrare il copertone dell’auto, ancora piuttosto vicina.

La gomma esplose con un botto. L’auto sbandò a sinistra, poi a destra mentre il pilota tentava di tenerla in strada. Sterzò di nuovo a sinistra verso il prato, questa volta finì a sbattere contro un ciliegio in fiore. I petali volarono ovunque.

Gidako raggiunse Maeda. Insieme si avvicinarono all’auto, ora ferma. Non uscì nessuno. L’analizzatore nell'elmetto di Gidako le mostrò le funzioni vitali degli occupanti: erano svenuti.

Maeda e Gidako guardarono il ciliegio spezzato, i petali ne ricadevano ancora a terra. L’odore dei fumi dell’auto offese le loro narici. Peccato, una così bella pianta rovinata.


Le forme a punta di katana dei grattacieli d'acciaio azzurro a specchio fendevano la luce del mattino proiettando delle lame di sole verso l’orizzonte.

I palazzi, costruiti ispirandosi ad una lama Kakita, costituivano l’apice dell’architettura del clan Crane in città ma erano forse meno grandiosi del giardino di fiori, ruscelli, cascate ed uccelli palustri che delimitavano. Lì l’arte tradizionale ed al tempo stesso moderna degli artigiani Kakita si esprimeva al meglio.

Sulla sommità di uno dei grattacieli la luce del sole arrivò a delineare un essere lì appollaiato. Stava in bilico nel vuoto, accoccolato su di un tubo d’acciaio con i piedi e le mani appoggiate sul metallo bianco, a centinaia di metri d’altezza.

L’essere alzò una mano per schermare il suo viso da quei raggi così di taglio. Il braccio ruotò nell’aria come se non avesse articolazioni, un tubo di gomma.

Spostò poi un po’ tutto il corpo, anch’esso senza dettagli. Ricordò un pupazzo di creta, terribilmente magro e completamente nero. Mosse la testa oblunga con a malapena una sorta di bocca e due incavi per gli occhi. Guardò, molti metri più in basso, una finestra all’ultimo piano del grattacielo di fronte, oltre il vuoto.

Dentro tre uomini inginocchiati al lato di un lungo tavolo di legno di ciliegio molto basso discutevano.

Attorno al tavolo molti cuscini sul pavimento di tatami. Due lati dello stanzone erano a grandi vetrate mentre il lato lungo era composto di una serie di pannelli scorrevoli che nascondevano una serie di stanzette.

Hosade Kitou, più anziano degli altri due, fissò uno dei pannelli, con sguardo d’attesa e timore, poi la sua testa brizzolata tornò china verso tavolo.

Gikane Mitsu, a capotavola, fissò anch’egli un attimo pensieroso una delle stanzette da dietro i suoi occhialini rotondi. Poi tornò a guardare Hosade con gli occhi stretti ed un sorrisetto beffardo e traditore sotto i sottili baffetti. Riprese a parlare, profusamente.

Al suo lato sinistro Mick Narudo, come aveva più volte fatto, annuì. Il suo sorriso tradì tutta la sua parte di sangue occidentale, anche più di quanto non suggerisse già il suo abito giacca e pantaloni di lino violetto con pochette giallo canarino ed il cappello a tesa larga poggiato sul tavolo.

“Tre quarti di milione di koku di debito della vostra Ichiro Underground Resources Otosan Uchi South Division nei confronti della Bayushi Bank of Rokugan non sono poca cosa. Visto il trend in negativo degli ultimi tre anni unito al fatto, come ci conferma il signor Hosade...”

Hosade alzò il capo dal tavolo interrompendo Gikane Mitsu:

“Sì, ammetto di aver riferito al nostro presidente come l’azienda non sembra avere prospettive di cambiare trend. Ma era una partita di golf, tra l’altro riservata, dannata...”

Hosade digrignò i denti per trattenere le parole. Avrebbe volentieri maledetto quella Jidako, la loro caddy della Shosuro Caddy and Furniture Inc., alla cui troppa vicinanza non aveva prestato attenzione quel giorno.

Gikane Mitsu alzò il suo mento sottile verso il faccione quadrato di Hosade, puntando con disappunto l’accenno di barba: “Certe voci volano.”

Si tirò poi il colletto stretto alla orientale, unico elemento non occidentale del vestito di seta, amaranto coi pantaloni neri; poi spazzò un inesistente capello dallo Scorpione ricamato sul taschino. Il ricamo incastonava fili d’oro e rubino, fluorescenti per la presenza di materiale nanomolecolare reattivo alla luce.

Hosade tornò a fissare in basso. Guardò il suo kimono, da cerimonia sì, ma tinta unita, di poco pregio. Grigio-marrone bordato di nero, unica decorazione i due mon del clan Badger poco sotto le spalle. Ocra.

Anche solo il peso di quella differenza di stile era una sentenza.

Che arrivò con un sospiro di Gikane: “Hosade san, con questi dati la mia banca non può non prendere in seria considerazione l’offerta di Mick sama. La sua Extraction Corp. Australia si offre di rilevare l’appalto per le estrazioni di materie prime. La Underground Resources è sull’orlo del fallimento.”

Hosade tornò ad alzare il capo: “Ma l’appalto è della famiglia Ichiro da sempre! Abbiamo la Benedizione Imperiale! E questi qua sono gaijin, stranieri!”

“Si componga, Hosade san!” pungolò Gikane: “Per quel che riguarda i numeri non c’è molto da fare, mi spiace. Anche se non è nostra l’ultima decisione questi elementi sono di forte impatto.”

Lo sguardo di Gikane, così come degli altri due, venne di nuovo attratto da quella parete scorrevole.

Proprio durante quella pausa del discorso Oni-no-Endoku stava pensando al suo compito. Doveva portarlo a termine, era stato richiamato nel mondo dei vivi per questo. Dopo avrebbe potuto ribellarsi al suo evocatore, distruggerlo e portare corruzione e veleno su tutto il maledetto pianeta.

Strinse gli incavi che gli facevano da occhi, fissò oltre il vetro della finestra. Prese la spinta per balzare in alto ed in avanti.

Il suo corpo si piegò, innaturale, lanciandosi flessuoso nel vuoto. Poi si disfece in una nuvola di fumo appiccicaticcio e nero. Questa planò verso il basso e verso la finestra. Arrivatole quasi di fronte deviò lateralmente, verso un bocchettone di condizionamento.

La nuvola nerastra ne venne risucchiata. Pochi secondi dopo uno sbuffo nero cominciò ad uscire da un bocchettone simile al di là del muro. Il fumo si addensò vorticando, disponendosi a riformare la figura ingobbita del mostro, riprendendone la consistenza.

La bestia si girò verso la parete scorrevole. Una mano, con quel movimento dinoccolato, si posò sulla carta candida ungendola di nero. La fece scorrere silenziosamente.

Oltre la porta una tazzina fece appena rumore poggiandosi. Anche il tovagliolo fece il suo rumore poggiandosi, ma nessuno lo sentì.

Nella stanzina non si udì altro rumore se non il respiro dell’ikebana alla parete, rifletté Notaki Renso. Tentò di percepire il suo sottile profumo mescolarsi con l’odore dei fumi della tazzina.

Ammirò poi i colori dell’ikebana, alzò lo sguardo su Buto Asako di fronte a lui per ponderare quelli del suo pomposo kimono arancio e giallo. Poi guardò il suo, altrettanto ingombrante, nero e violaceo.

Mosse ancora un cucchiaino, ormai aveva passato i settanta per cui doveva muoversi con molta cura con quel catafalco addosso per non commettere errori nell’eseguire la cerimonia del te.

Ma accidenti, la cerimonia non prevedeva queste sue distrazioni. La cerimonia non era più come una volta, pensò.

Buto Asako si accarezzò i baffi bianchi lunghi ben oltre il mento prima di parlare.

Nonostante non rivestisse più incarichi ufficiali, dato il suo prestigio, la sua opinione in ambiti tradizionali era ancora legge.

La sua voce un po’ malferma non tolse autorità alle sue parole: “Notaki sama, la vostra banca Bayushi non ha un po’ troppi graffi gaijin sul suo carapace per volerne un altro?”

Notaki Renso pensò bene a come rispondere a questa provocazione. Sapeva quanto Buto Asako fosse un tradizionale quanto inflessibile consigliere del clan Phoenix.

Quell’accidente di Ichiro, Hosade Kitou, era riuscito in un bel colpo riuscendo a far nominare Buto Asako come osservatore imparziale dall’Imperatore.

Pensò quanto la lucrosa operazione commerciale fosse totalmente nelle sue mani di abile conversatore in materia di tradizione. Scoprì in quel momento quanto si sbagliava.

Oni-no-Endoku entrò nella stanzetta. Due vecchi, tutto lì. Nessun motivo di cercare il suo bersaglio, meglio ucciderli tutti.

Nel tempo di alzare un piede di smog solidificato un braccio si allungò a dismisura finendo dentro la bocca e giù, lungo l’esofago del tizio vestito di scuro. La sua mano si insinuò nella spugnosa materia dei polmoni. L’uomo venne preso dal panico e dalle convulsioni ancora prima di capire cosa stesse succedendo.

Poggiò il piede.

Fu addosso all’altro tizio che quello non si era ancora girato verso di lui. Spalancò la bocca, a dismisura, tanto da poter ingoiargli la testa intera. Lo fece. I suoi denti, come ossidiana nera, penetrarono nella carne del collo. L’uomo urlò, un urlo ovattato dalla consistenza della testa dell’oni, poi prese un bel respiro di veleno di cui era fatta la sua materia nera.

Due secondi di spasmi dei due uomini poi giacquero inerti, defunti.

Un rumore venne da oltre una delle porte scorrevoli attorno alla stanzetta: “Che succede? Tutto bene?”

Oni-no-Endoku lasciò cadere le sue due vittime. Aveva portato a termine il compito assegnato per cui la sua essenza sarebbe svanita di lì a poco; a meno di non sbrigarsi.

Guardò verso la parete di destra, non quella da cui aveva sentito venire le grida. Fiutò. Sul suo volto sembrò quasi apparire un sorriso.

Saltò verso di essa, raggomitolandosi. Sfondò una, poi due sottili pareti di carta di riso. Si ritrovò a fissare gli occhi stupiti di tre uomini seduti ad un tavolone.

Spalancò le mascelle, mostrando le brillanti zanne nere, in segno di sfida. Hosade Kitou saltò subito indietro, senza alzarsi ma rotolandosi in una capriola.

Gikane Mitsu ebbe un altro istinto: prese con le mani i fogli sparsi di fronte a lui per tirarli a sé, nemmeno ci fosse un’irruzione della finanza.

Mick Narudo riuscì solo ad alzarsi, pronunciando alcune parole: “ma che diavolo...”

Il suo parlare fu interrotto dallo scorrere violento di un’altra parete scorrevole, da cui balzò fuori un altro uomo.

Una guardia della Yoritomo Private Services Inc. in giacca e cravatta nera puntò una discreta ma minacciosa 9mm con entrambe le mani: “Merda! Muori, bestia!” sbraitò mentre premeva più volte il grilletto.

Tre esplosioni.

Oni-no-Endoku si mosse con rapidità inumana. Scivolò avanti verso il centro del salone a semicerchio intorno alla guardia.

Lo stesso il secondo ed il terzo proiettile lo colpirono appena all’addome per poi fuoriuscire con una traiettoria deviata.

Il suo corpo leggero venne sbilanciato dall’impatto, claudicò l’ultimo passo poi rotolò a terra fino a sbattere contro una parete, lasciando una scia di macchie oleose.

Gikane Mitsu spalancò la bocca; Mick Narudo saltò in piedi, schifato: “Bleah!”. La guardia fece un passo con la pistola spianata.

Hosade Kitou ne approfittò per strisciare fino alla porta del salone. L’aprì. Dietro: le scarpe, il soprabito ma soprattutto il saya nero con la sua katana.

La guardia fece un altro passo, fu ad un metro dalla bestia.

Oni-no-Endoku si concentrò. Il dolore era passato rapidamente. Dal suo corpo una lunga appendice si allungò d’improvviso, velocissima. La punta indurita dell’arto si conficcò in profondità nel petto della guardia.

Lo sguardo dell’uomo fu stravolto dal dolore. Cadde sulle ginocchia, pistola stretta in mano, poi riverso in avanti.

Subito un’altra appendice partì dal corpo dell’oni verso il signor Mick Narudo. Lo stiletto di trenta centimetri di materia nera d’acciaio gli penetrò tra gli occhi fin dentro il cranio, in mezzo al cervello.

L’arto lo trattenne in piedi mentre le sue membra perdevano la forza, poi anche lui cadde riverso in avanti.

Il suo ultimo pensiero fu per quell’anziano burbero ed oscuro, all’interno del sottoscala di quell’agenzia di pompe funebri della Moto Funeral Services.

Realizzò troppo tardi di aver sempre saputo ci fosse di mezzo la Maho, la magia nera, un’evocazione o robe del genere. Aveva però fatto finta di non sapere, per sbarazzarsi di quell’Asako.

Altre due appendici volarono verso Gikane Mitsu e Hosade Kitou.

Il signor Gikane Mitsu chiuse gli occhi tentando di appallottolarsi ancora di più su sé stesso. Lo stiletto nero penetrò attraverso il suo corpo, nella coscia sinistra, poi attraverso l’avambraccio destro e finì nella gola, sotto il mento. Quando lo stiletto si ritrasse gli uscì un grido strozzato. Il suo sguardo perse lucidità, uno zampillo di sangue rosso fuoriuscì dalla sua giugulare.

Una lama solida ed affilata tenuta da una mano ferma deviò invece l’attacco portato al signor Hosade. Hosade colpì con forza per deviare l’appendice tanto da passare attraverso la materia del mostro, recidendone la punta.

La parte mozzata cadde al suolo dove cominciò a disfarsi in una pece oleosa, fumante e puzzolente. L’arto mozzato, fumante allo stesso modo, prese ad agitarsi nell’aria. Oni-no-Endoku questa volta gridò un urlo profondo ma acuto.

Hosade si alzò in piedi: “Ne vuoi ancora, mostro delle Shadowlands?” gridò con sfida: “Quanti tentacoli vuoi che ti mozzi?”

Oni-no-Endoku attese un istante, stringendo le cavità oculari. Poi estroflesse altre lunghe appendici. Cominciò a farle roteare attorno al samurai.

Hosade prese una postura esperta. Cominciò a tenere d’occhio quei movimenti, girandosi in base alla loro posizione per non farsi sorprendere.

Oni-no-Endoku intanto capì di avere tempo: la sua essenza non si stava più smaterializzando causa l’evocazione, doveva essere riuscito ad uccidere chi aveva dato il sangue per il rituale. Era libero dal pericolo di sparire.

Il corpo della bestia mutò deformandosi, si allungò verticalmente fino ad assumere la posizione eretta.

Le sue molte braccia continuarono a vorticare intorno all’uomo senza attaccare.

Bene, i suoi piani di distruzione potevano essere portati a compimento, ora.

“Allora mi temi! Attacca, cosa aspetti? O devo attaccare io?”, urlò spavaldo Hosade, motivato da quella mancanza di iniziativa nel suo avversario.

Pensò di fare un primo assalto ma un giramento di testa lo fece tentennare. Poi un altro. Un altro giramento di testa, più forte, lo sguardo per un attimo vacillò.

In quel momento realizzò quanto quell’odore, quel puzzo, come di gas di scarico, si faceva sempre più forte, nauseante.

La stanza cominciò ad essere invasa da fumi venefici, come in un garage con un’auto accesa.

Di nuovo un giramento. Hosade Kitou non seppe più cosa fare. Gli occhi si annebbiarono, le braccia si fecero deboli, le gambe cedettero. Scivolò con la schiena lungo la parete, finendo prima in ginocchio e poi, chiusi gli occhi, riverso in avanti.

Oni-no-Endoku ritrasse le appendici, con un poco di sforzo, in realtà. Si fermò un attimo per recuperare energie.

Si affacciò ad un finestrone, l’aria pura a quell’altezza disperdeva la sua sostanza bruciandogli un po’ la pelle.

Sorrise però notando sotto di lui il traffico della prima mattina ingrossarsi.


La pistola ago ronzava leggera vibrando avanti e indietro. Nella stanzetta il tempo sembrava fermo. La piccola sala era completamente spoglia, a parte il lettino su cui un uomo era sdraiato supino, una sedia ed il tavolo con i ferri del mestiere; pienamente zen.

Sulla sedia Hotaru Togashi, atletico e pelato, non era più coperto del suo cliente: indossava solo un paio di gialle braghe larghe, escludendo i tatuaggi di cui era coperto sulla testa, il corpo e le braccia.

Hotaru ricamava il tatuaggio con la pistola, inserendo sotto la cute il filamento elettronico monomolecolare bagnato nell’inchiostro di essenze di gelso. Il movimento per lui era un balletto, un rito, una danza con il vuoto zen in grado di metterlo in comunicazione con il tutto dell’universo.

La sua arte gli donava la pace totale. Quando eseguiva i suoi tatuaggi Hotaru era felice.

In quel momento però la vita moderna interferì con la sua vita ascetica e contemplativa di monaco. Un rumore, un grido, di là dalla porta dello studio. Hotaru venne distratto, il suo balletto si interruppe come un nastro di musica strappato dal registratore.

Hotaru si fermò. Il cliente ne fu sorpreso, e timidamente chiese: “Maestro... qualcosa non va?”

Dopo un momento di attesa, Hotaru spazientito si dovette rassegnare a rispondere: “Suppongo dovremo continuare più tardi. Mi scusi, ho bisogno di una pausa.” Dal lettino la risposta rispettosa fu: “Ma certo, come crede, maestro. Attenderò qui.” Hotaru andò ad aprire la porta, cauto. Nella sala d’aspetto un ragazzo, Sukune, vociava saltando qua e là, troppo entusiasta del nuovo tatuaggio sul braccio destro. Lo osservò con compassione: il tatuaggio era una scritta, il nome di quel cantante, ‘Thundercat’. Pensò a come venisse sprecata a volte la loro arte.

Conosceva quel ragazzo. Era già venuto da loro, voleva quel tatuaggio, pretendeva un servizio speciale: voleva un tatuaggio magico, fatto con il sangue di drago, in modo da infondergli la forza della tigre.

Illuso, gli avevano spiegato come i loro tatuaggi microelettronici fossero in grado di cambiare colore ed in parte anche forma in base alle reazioni del corpo, come fossero opere d’arte ricercate in tutto il mondo, ma di certo non potessero infondere, in uno come lui, la forza della tigre.

Non c’era stato nulla da fare, non aveva ceduto. Bastava guardarlo negli occhi, ora come allora le sue pupille erano dilatate, sicuramente era sotto l’effetto di qualche sostanza. Probabilmente l’utilizzo prolungato gli aveva anche fatto prendere la Taint.

Il ragazzo si avvicinò al fratello, monaco Ise Zumi come Hotaru, che lo aveva tatuato. Lo ringraziò per “il potere di Thundercat”. Quello lo guardò con paziente compassione. Poi Sukune si girò e uscì dalla piccola porticina di vetro con dipinto sopra un grande drago verde arrotolato ad uno sperone di roccia.

Hotaru notò uno sguardo strano negli occhi del ragazzo; ne fu allarmato. Il suo fratello gli diede un’occhiata scuotendo il capo, poi tornò nel suo studiolo. Lui si girò ad osservare la porta del suo ambulatorio, poi uscì anche lui dalla Ise Zumi Tattoos Inc. e prese a seguire Sukune.

Il ragazzo procedette sicuro della meta. Presto arrivò al complesso residenziale di grattacieli al centro di Otosan Uchi, i grandi palazzi Crane di acciaio e vetro azzurro stagliati nel cielo.

Entrarono nel complesso e si diressero verso il giardino al centro di esso. Nonostante la pesante modernità di quel luogo, l’armonia e l’estetica di quel giardino erano tali da permettere anche ad un monaco sensibile come Hotaru di tollerare l’assalto di tutto quel ferro e cemento.

Sukune arrivò al limitare di un laghetto. Si fermò dietro ad un albero per spiare un gruppetto di ragazzi e ragazze seduti sull’erba. Hotaru si fermò a distanza.

Il gruppetto di giovani sembrava innocuo. Al centro dell’attenzione c’era un ragazzo con un paio di jeans ed una casacca verde, larga e logora con scritto ‘Haragi Alternative Rock’.

Il ragazzo seduto a gambe conserte teneva in mano una chitarra acustica su cui strimpellava accordi di uno di quei cantanti neo hyppie pacifisti che scrivono per etichette indipendenti. Il tizio si dondolava a destra ed a sinistra mentre i suoi amici intonavano i ritornelli in coro. Troppo felici.

Sukune strinse il pugno poi si sfregò forte il naso. Poi tirò fuori dalla tasca un grosso coltellaccio da cucina e partì di corsa attorno al laghetto.

Arrivato a poca distanza dal gruppo cominciò ad urlare arrabbiato. I ragazzi e le ragazze reagirono con stupore, poi, chi più chi meno, tentarono di alzarsi o rotolare via dalla traiettoria dell’invasato.

Il chitarrista non riuscì a schivarsi granché così Sukune arrivò a piombargli addosso. Sferzò il coltellaccio nella sua direzione, anche se l’impeto della corsa rese il colpo tanto impreciso da fendere l’aria.

Hotaru si stava già muovendo mentre Sukune aggirava il laghetto. Si disse come alle volte la contemplazione deve lasciare spazio all’ira quando un bene superiore è in gioco.

Gli occhi del falco tatuati sotto il collo si illuminarono come stelle di notte. In un attimo Hotaru si alzò da terra e, sorvolando l'acqua, si appoggiò a pochi metri dalla zona dell’azione.

Il tatuaggio attorno alle braccia e sulla nuca di Hotaru della pelliccia della tigre divenne luminoso poi prese a muoversi come se le spire si arrotolassero all’infinito. I suoi occhi s’infuocarono.

Hotaru sorrise come raramente si concedeva mentre la sua testa mutò in quella di una tigre, le sue mani divennero zampe artigliate. “Ecco la forza della tigre!” pensò.

Intanto Sukune superò di corsa il suo bersaglio di alcuni passi. Il ragazzo sollevò la chitarra piazzandola davanti alla faccia. Sukune gli saltò di nuovo addosso affondando il coltello, ma urtò la cassa dello strumento. Con un urlo di rabbia, Sukune scaraventò lontano la chitarra con la mano libera poi alzò il coltello per sferzare un colpo dall’alto.

Hotaru gli saltò dietro. Roteando su se stesso gli diede un calcio laterale al fianco, rapido. Il colpo spinse di lato Sukune così il fendente finì di nuovo a ferire il niente.

Sukune si girò di scatto, sorpreso. Non sembrò colpito dall’aspetto di Hotaru, anzi gli si avventò contro con abbandono.

Hotaru schivò di lato il fendente del coltellaccio ed attaccò Sukune al fianco con gli artigli, lacerando vestito, pelle e carne sotto di essa.

Il ragazzo barcollò un paio di passi in avanti poi cadde di lato. Hotaru si girò balzandogli sopra. Lo colpì al ventre, trattenendo la forza; non voleva ucciderlo. Lo stesso gli artigli penetrarono nella carne.

Sukune urlò e svenne.

Hotaru si alzò, nella confusione, per andarsene in fretta. Si girò solo un attimo verso il corpo di Sukune. “Stolto. Credevi forse avremmo donato un dono tanto prezioso ad uno come te?” pensò prima di sparire.


Il giudice Hojitsu Dorama guardò l’orologio mentre entrava nella sala del tribunale: 14.00, perfetto orario.

L’aula n° 7 della Doji High Court for Law stava al piano terra di uno dei palazzi del complesso Crane più esclusivo della città, e dava con le sue grandi vetrate sul giardino al centro di esso.

Il giudice si fermò a guardare per lunghi momenti il ciliegio lì fuori: la delicata geometria dei suoi rami, la leggerezza delle sue piccole foglie, la poesia dei boccioli quasi schiusi. Si concesse quell’ultimo piccolo sorriso poi indossò la maschera inflessibile della giustizia, i suoi lineamenti divennero tesi nell’impassibilità, i suoi occhi azzurri sottili, il suo portamento impettito.

Il doppiopetto bianco, come i lunghi capelli, coperto dalla giacca a kimono azzurra ed argento, divisa dei giudici, gli dava un’aria ancora più severa.

Salì al banco e si sedette. Squadrò gli imputati mentre sfogliava il verbale del caso.

L'accusa: un certo Swan, di origine occidentale, un omone, lo fissava con la sua mascella squadrata e la testa rasata. Si definiva un ‘samurai da strada’, un eufemismo per mercenario. Ne aveva tutta l’aria: la mano destra robotica, l’occhio destro cibernetico, con la sua pupilla rossa ed il ronzare meccanico percepibile quando l’uomo spostava lo sguardo.

L’avvocato dell’accusa era un ronin, Fudei. Un buon avvocato, aveva però commesso l’errore di voler fare più soldi di quanto fosse giusto slegandosi dai clan.

La difesa: uno del clan Scorpion, Sateru Hata, un dirigente di una azienda di giocattoli, committente di una non ben specificata attività affidata al signor Swan. Era difeso da Mejiko Kodan, giovane Scorpion diplomata ed affiliata alla Bayushi Advocacy General Ltd., massimo dei voti, bla bla.

Il giudice la conosceva bene. La ragazza indossava un tailleur nero con gonna corta, scarpe rosse intonate con il ricamo a motivo di scorpione attorno a bavero ed orli del vestito. Minuta e di aspetto comune, era il suo carattere acuminato a contraddistinguerla, se si escludeva un elegante e raffinato sottilissimo filo rosso che correva di fronte al suo volto, da un orecchino al buco al lato della narice, intrecciandosi ed annodandosi sulla guancia sinistra.

Certo era brava, ma non le stava per niente simpatica. Qualche volta aveva presieduto qualche suo caso, e sapeva quali cause le venivano affidate: casi disperati, che avrebbe dovuto, a ragion di verità, perdere.

Ovviamente questo non avrebbe intaccato minimamente la sua inflessibile obiettività, ma si sarebbe accertato che la forma, come sempre ed in questo caso ancor di più, fosse rispettata rigorosamente, per evitare i possibili giochi di un’esperta manipolatrice del codice come la signorina Kodan.

Solo si chiese perché conoscendo l’antipatia che lui provava per lei avessero deciso di farla difendere in un suo caso.

Appoggiò la sua spada Kakita sul bancone di fronte a lui, segnalando così l’inizio del processo. Tutti si alzarono, l’usciere lesse i capi d’accusa.

Aveva già studiato il caso. La storia era abbastanza scontata: il signor Sateru Hata aveva commissionato una faccenda, probabilmente non tanto chiara, al signor Swan, poi aveva tentato di non pagarlo, probabilmente sperando nel fatto che quest’ultimo, a causa della natura del traffico, non avrebbe adito a vie legali.

Non doveva averlo guardato bene in faccia: un occidentale che non aveva cambiato espressione nell’ultima ora non avrebbe rinunciato a quei soldi così facilmente solo per salvarsi la reputazione.

La causa procedette come previsto: il signor Swan aveva ragione, risultava in una scrittura privata in cui era palese la commissione. La tesi difensiva di Mejiko Kodan era tutta basata sull’appoggiarsi a qualche cavillo o nel cercare di portare la discussione sulla natura del traffico, cosa che invece Fudei tentava di evitare accuratamente.

Mentre la seconda azione venne ben contrastata dall’avvocato dell'accusa, toccò a lui ridimensionare le fantasiose ambizioni interpretative sul codice penale Imperiale della signorina Mejiko Kodan.

Un paio di volte aveva dovuto richiamare l’aula all’ordine, tanto essa era infervorata nei suoi tentativi di distorcere la verità oltre ogni sensata ragione.

Odiava quelli come lei, i manipolatori che tentavano di fregarlo. Non si era risparmiato di lasciarlo trapelare, quando parlava con lei o la guardava non tratteneva un’espressione di disgusto.

Di contro quella aveva però sempre un sorrisetto furbo e sarcastico, come se sapesse di avere un altro asso da giocare, come se sapesse che il suo prossimo tentativo sarebbe andato a buon fine.

Il processo si trascinò lento e prevedibile, fino a quando la difesa non fu a corto di argomentazioni. Allora Mejiko Kodan scoprì il suo gioco.

Avvenne al termine dell’ennesimo tentativo da parte sua, prontamente contrastato dal giudice Hojitsu Dorama: “Ma vostro onore, se mi lascia proseguire nelle domande riuscirò a dimostrare la pertinenza...” l’avvocato venne interrotta dalla voce, alta e seccata, del giudice: “Signorina! L’ammissibilità della testimonianza di questa teste nell’argomento in discussione è stata già presa in esame tre volte! Basta così!”

“Vostro onore! Lei sta ostacolando apertamente la mia difesa!”

“Come si permette? Questo è oltraggio! Basta! Che il teste se ne vada.”

A questo punto Mejiko Kodan si girò verso il giudice, a testa bassa, poi fece alcuni passi verso di lui, con un sorriso compiaciuto. “Bene,” quasi rise, “è quindi giunto il momento di introdurre un’ultima testimonianza. Chiamerei al banco dei testimoni la signorina Hina Jiro.”

La figura che entrò in aula colpì il giudice Hojitsu Dorama più di quanto non avrebbe fatto un cazzotto di Swan. Il suo aspetto certo non era aggressivo: una ragazzina, probabilmente minorenne, vestita di un semplice paio di pantaloni rossi di tela sottile ed una maglietta a maniche corte nera, unico tratto distintivo una serie di perline rosse brillanti inserite nei capelli corti corvini, da cui penzolavano piccoli fili che arrivavano fino di fronte al suo volto.

La ragazza brillava più per la sua avvenenza che per la peculiarità del suo aspetto, ma il giudice Hojitsu Dorama ricordava Hina in maniera diversa: vestita di un elegante kimono cremisi di seta sofisticata, truccata con il rossetto color fuoco e gli occhi contornati di nero, non dava certo l’impressione di essere minorenne.

Con lo sguardo basso si diresse verso la sbarra dei testimoni. Anche questa immagine non corrispondeva ai ricordi del giudice Hojitsu Dorama: non era stata imbarazzata nelle settimane precedenti in cui gli aveva fatto da caddy al Kakita Imperial Golf Club di Otosan Uchi. Era anzi stata molto carina e spontanea, una qualità apprezzata dal giudice, ma si era anche dimostrata particolarmente colta nelle piacevoli chiacchierate fatte dopo le partite al bar del club.

Nel frattempo Mejiko Kodan fece accomodare la ragazza e cominciò il suo interrogatorio. L’argomento passò presto alla partita di golf ed alle attività della ragazza all’interno del club.

Il giudice tentò di ascoltare seguendo l’interrogatorio. Intanto la sua mente cercò di trovare qualche appiglio, qualche modo per fermare Mejiko Kodan; per impedirle di portare il discorso sul golf club, per obiettare sulla forma o sulla sostanza.

Ma la sua mente era bloccata, dai ricordi di quel pomeriggio nel capanno degli attrezzi del giardiniere. La poca luce di taglio dai piccoli finestrotti alti della casupola creava lame incandescenti che bucavano la penombra illuminando la pelle bianca e nuda della ragazza. Ripensò all’odore di erba, sudore ed al profumo della carne di Hina avvinghiata al suo corpo. Alla morbidezza delle giovani cosce della ragazza attorno alle sue, ai vestiti sparsi in giro ed alle risa mentre li cercavano e si rivestivano rapidamente. A come si erano risistemati un po’ intimoriti dal dubbio che qualcuno potesse sospettare qualcosa vedendoli uscire di lì, che potesse leggere qualcosa di diverso dal solito nella felicità dei loro occhi.

Il giudice Hojitsu Dorama deglutì pesantemente, mentre Mejiko Kodan lo fissava spietata, senza lasciargli speranza. La sua mente andò a sua moglie e suo figlio. Poi si accorse della sua mano, finita a stringere l’elsa del suo wakizashi.


L’autostrada Imperial Highway nord-sud attraversava tutta Otosan Uchi. La Unicorn Thunderer 650 Custom sfrecciava come un proiettile fucsia, danzante tra i più lenti mezzi a quattro ruote. Superava i limiti, ma a Corina Shoro non importava: nulla avrebbe potuto impedirle il quotidiano connubio con il demone della velocità.

Corina piegò sulla sinistra per superare l’ultima auto poi si buttò verso destra per prendere lo svincolo di uscita. Portava al complesso di alti palazzi azzurri e ghiaccio, le alte e slanciate guglie costruite dal clan Crane che circondavano il parco più bello della città.

Si accorse di essere quasi a secco. Si ricordò di un distributore di fronte al complesso di grattacieli; guidò fin lì. Lo trovò deserto. Si avvicinò alla prima pompa verso la strada. Si fermò e mise il cavalletto, rimanendo in sella.

La sua Thunderer era colorata di una sfumatura di fucsia, con un lampo giallo lungo i lati della carena. Lei indossava una corazza leggera di kevlar, comprata in un negozio di articoli militari usati. L’aveva fatta tingere di viola con le protezioni rigide colorate di giallo, ed il casco non era da meno.

Così, come sempre, molti passanti si voltarono a guardarla. Sorrise sotto il casco: bene, guardate ora, si disse. Togliendolo agitò la testa, ed i suoi fluenti capelli biondi sferzarono di qua e di là prima di ricaderle sulle spalle. Sorrise di nuovo, compiaciuta. Notò solo allora dei passi usciti dal cabinotto del distributore. Si voltò. Il suo sorriso divenne stupore.

“Corina?”, disse la voce ormai giunta.

“Corimi?” disse lei, guardandola stupita. “Corimi? Che ci fai qui?” ribadì, squadrandola. I due volti identici si fronteggiarono dopo molto tempo. “Quant’è, due anni?” abbozzò mentre l’osservava.

Sua sorella gemella era cambiata, molto cambiata. Si era tinta i capelli, ora corvini. Il trucco sul volto era pesante e marcato, non naturale e fresco come il suo. Aveva un reggiseno stretto che le sollevava il seno; o magari se lo era rifatto. Non che il suo, merito del loro sangue straniero di gaijin, fosse poco appariscente per i canoni rokuganesi; Corina era sempre stata una donna alta, robusta ed in forma, molto più formosa dello standard. Ma Corimi era molto di più: doveva aver fatto parecchia palestra, i suoi muscoli erano ben scolpiti, e tutto il suo atteggiamento, la sua postura e le sue movenze erano ostentate. Era vestita solo con una salopette unta grigio scuro, da cui trapelava il reggiseno blu, delle scarpe antinfortunistiche e di un cappellino. L’odore della benzina della tuta contrastava con il suo profumo francese. L’espressione sicura e dura.

Corimi notò l’esame della sorella così sollevò le braccia stringendosi i seni con le mani: “clienti; sai quanto vendo di più?” poi le portò ai fianchi e si alzò ben ritta, con un sorrisetto sarcastico: “E tu, come stai, sorellina? Cosa si dice a casa? Mamma e papà cosa dicono di me?”

Corina avrebbe voluto notare un filo di incertezza nella sua voce, mentre parlava dei genitori, ma non ci fu. “Hai tradito la loro fiducia, hai abbandonato il clan Unicorn e te ne sei finita nei Crab. Cosa dovrebbero dire di te?” Il suo volto si rabbuiò.

Corimi divenne severa: “Sai perfettamente com’è andata, questo discorso lo abbiamo già fatto mille volte.” Alzò le mani e lo sguardo al cielo, poi: “Ma è mai possibile che un padre ed una madre possano ripudiare una figlia solo perché ha scelto la sua strada, una strada diversa dalle loro speranze? Siamo ancora nel medioevo forse?”

“Corimi, cerca di capirli: li hai traditi, queste cose ancora hanno una loro importanza nel nostro mondo. Forse loro saranno un po’ all’antica ma prova a pensare, potevi diventare una samurai-ko, come me, coprire loro, se non il clan, di gloria. Invece sei qui, a dirigere una catena di pompe di benzina. Forse per il clan Crab questo è un risultato, magari un domani diventerai ricca ed importante; ma cerca di capire.”

Corina fece una pausa. Dannazione, non voleva litigare. La guardò dritta negli occhi, quell’incontro fortuito era un’occasione da non perdere. Non l’avrebbe sprecato con i soliti battibecchi politici. Ripensò ai bei momenti passati insieme da ragazze, di tutti i giochi, le risate, i viaggi, le belle e le brutte esperienze, la vita, vissuta e scoperta insieme a sua sorella.

“A me tutto ciò non importa, l’hai fatto per amore, lo so. Quello che m’importa è recuperare un rapporto con te, con la tua anima e non con l’aspetto che hai voluto avere per piacere al tuo uomo. Ora dimmi, sei cambiata solo nell’aspetto o cambierai anche dentro? Riuscirai a rimanere te stessa nel profondo del cuore? Riuscirai a rimanere per sempre mia sorella? Perché a me questo basta.”

Corimi si avvicinò alla sorella, ad un centimetro. La maschera di fronte al suo volto si sciolse agli occhi di Corina. Le due sorelle poterono rivedersi l’una nell’altra come nei loro ricordi più cari. Corimi poi alzò le braccia e le butto al collo di Corina. Questa ricambiò l’abbraccio, forte. Per alcuni secondi ritrovò il calore della pelle di quando si addormentavano nel letto insieme.

Non dissero niente, poi un rumore dietro le distrasse. Corimi si ritrasse, di scatto; un occhio lucido. Diede un colpetto di tosse, con uno sguardo un po’ allarmato; poi il suo sguardo ritornò deciso, un accenno di sorrisetto furbo le comparve sul viso, e tornò a prendere la postura appoggiata su di una gamba, con l’anca di lato, petto in fuori e pancia in dentro, marziale e prorompente, della soldatessa Crab. Ma guardando Corina disse: “La maschera. Ci sono ancora alcune cose che devo sistemare. Ma tu mi devi aiutare. Non lasciarmi sola.”

Corina ridivenne seria. Guardò oltre la spalla della sorella. Huda, suo marito, si avvicinava fregandosi le mani sporche in un cencio unto, vestito in un kimono da lavoro tradizionale grigio ed ampio. Il kimono, in parte scivolato da una spalla, lasciava intravedere la possente muscolatura del pettorale. Corina doveva ammetterlo, Huda era un bellissimo esemplare di razza Crab.

Prese il casco, guardò la sorella e le disse: “Abbiamo alcune cose di cui parlare. Chiamami, mi raccomando”. Poi le strinse l’occhio, ricambiata da un sorriso.

Accese la sua Thuderer Custom: con il solito rombo cominciò la melodia del motore. Lei lo fece suonare scivolando lungo le strette strade cittadine tra palazzoni e auto incastrate nel traffico.

Alla pompa Huda arrivò al fianco di Corimi, la cinse con un braccio, tirandola un po’ verso di sé e le chiese: “Chi era quella bionda?”

“E’ mia sorella, Corina. Non te l’ho mai fatta conoscere, ma d’ora in poi comincerò a frequentarla più spesso. Vedrai, ti piacerà,” rispose Corimi. Huda la guardò ed il suo volto rigido si sciolse in un sorriso sognante: “Come preferisci, cara.” Poi baciò Corimi con un bacio caldo, la sua barba strisciò sul suo volto, l’odore ruvido del suo corpo.

Corina prolungò quel bacio più che poté. Non avrebbe rinunciato a quello per nulla al mondo. Ma ora non avrebbe nemmeno rinunciato a recuperare il rapporto con sua sorella, per nulla al mondo. Sperò di non dover mai trovarsi nella situazione di dover scegliere.


Il labbro sul volto tozzo di Toshiro ‘Slimeye’ penzolava floscio. Una goccia si stava formando lenta mentre i minuti passavano. I suoi occhi spalancati, vacui, spiavano oltre l’angolo. Nel parco ben rasato ai confini del quartiere del clan Crane, su di una panchina, Mashiko Hosamigi e le sue amiche chiacchieravano ridacchiando.

Se i suoi amici dei ‘Greyshell’ avessero visto l’espressione del suo volto in quel momento lo avrebbero di certo cacciato a calci: occhio a palla, nessuna apparente attività celebrale. Ma in quel momento il suo cervello non poteva pensare queste cose. Era troppo impegnato a cogliere ogni minimo gesto, ogni suono, risata, ogni leggiadro movimento di quella mano, di quel corpo tanto flessuoso e perfetto, ogni piccola inflessione di quella bocca minuta e delicata.

Quella ragazza da qualche settimana era il suo solo pensiero, la sua sola ossessione. Aveva provato a togliersela dalla mente, perché sapeva quanto quell’amore fosse impossibile: un membro di una gang come lui, un rozzo Crab, non avrebbe mai potuto sperare nell’attenzione di una ragazza Crane di quel livello, tanto dolce, delicata ed eterea. Lei era la figlia di un importante manager della casa di moda Kakita Wings of Fashion, e si vedeva: portava un lungo vestito azzurro ghiaccio che la fasciava stretta fino ai piedi. Non era un kimono ma lo richiamava nelle fattezze e nei dettagli: maniche ampie e cadenti, collo bordato di blu elettrico, lungo obi alla vita allacciato dietro la schiena.

Bazzicava con le amiche tutto il giorno in quel parco, il più bel giardino della città, mantenuto e curato da artisti che era limitativo chiamare giardinieri. Il parco sorgeva all’interno di un complesso di alti grattacieli di metallo e vetro azzurro, lunghi stiletti di acciaio Kakita che foravano il cielo chiaro per celebrare la gloria Crane.

L’esatto opposto della gettata di cemento e ferro dove Toshiro giocava a basket e rappava con i Greyshell, circondato da capannoni industriali in disuso dall’altro lato della città. Aveva solo 17 anni, non era giusto, nel 2050 tutti dovevano poter avere una chance.

E così Slimeye, troppo attento ad ammirare le curve e le movenze di Mashiko e ad arrovellarsi nei suoi dubbi, non si accorse di qualcosa alle sue spalle. Due grosse mani lo colpirono con forza al centro della schiena, spingendolo oltre l’angolo verso il centro del giardino. La spinta di sorpresa gli fece perdere l’equilibrio: incespicò alcuni passi verso la panchina nel prato, poi cadde lungo disteso su di un paio di piantine, faccia a terra.

Ovviamente, Mashiko e le sue amichette in quel momento erano in assoluto silenzio. Ovviamente, Mashiko in quel momento stava guardando proprio in quella direzione.

Vi fu un istante di stasi. Poi Toshiro alzò la testa verso le ragazze. Quelle osservavano in silenzio. Mashiko si era portata una mano sulla bocca; dolce, bellissima. Toshiro guardò indietro per vedere cosa lo aveva spinto. Greytime e Blackpinch, due sui fratelli Greyshell, se la stavano ridendo della grossa, scimmiottando la sua goffa e rovinosa caduta. Greytime poi lo guardò come per dire “e adesso vediamo come te la cavi, frolloccone.”

“Tutto bene? Ti sei fatto male?” La voce di Mashiko lo colpì più dello spintone: era vicina, tremendamente vicina. Si girò verso di lei e gli si mozzò il respiro. I loro volti erano dieci centimetri: non le era mai stato così vicino. Lei lo guardò, chinata nel suo vestito stretto, preoccupata e divertita. I suoi occhi azzurri, la sua pelle candida, gli orecchini a forma di airone. Un angelo in terra.

Si scosse e saltò in piedi. Si disse: “Non fidarti della prima impressione, lo dicono tutte le mamme ai loro figli, sua madre glielo avrà detto, no?” mentre si guardava e si spazzava con le mani i pantaloni. Il contrario: lui aveva i suoi jeans grigi, larghi e legati in fondo alla caviglia, ed una maglietta nera troppo grande, legata in cintura con una catena cui teneva attaccate le chiavi di casa, il portafogli ed un coltellino multiuso. Ora era anche sporco di erba, sua madre lo avrebbe menato.

“Aspetta, sei ferito.” Mashiko si rialzò con lui ed allungò la mano per toccargli lo zigomo sinistro. Slimeye si ritrasse ed irrigidì lo sguardo come la dura vita da Crab insegna. Mashiko fece un passo indietro, ritraendo la mano. Poi si riavvicinò. “Non ti allarmare, voglio solo aiutarti”, disse, poi estrasse da una piega del suo obi un fazzolettino candido con cui tamponò il sangue del taglio che Toshiro si era fatto sotto l’occhio.

Lui non poté guardarla; il suo istinto gli fece spostare lo sguardo burbero lontano. Lei lo riconobbe: “Ehi!” Si ritrasse ancora, “ma io ti conosco! Tu sei quel tipo di quel gruppo di balordi che a scuola fanno tanto i bulletti! Che cosa ci fai qui?” Poi portò le mani ai fianchi, “E che cosa ci facevi dietro a quell’angolo?”

Slimeye sentì da dietro Graytime e Blackpinch rotolarsi a terra dalle risate. Meditò per un secondo sulla lenta ed inesorabile vendetta che avrebbe assaporato, poi si scosse e si costrinse a rilassare la sua istintiva espressione arrabbiata, vitale nel suo ambiente ma inappropriata in questo. Poi tentò una scusa: “No... è che... sai... ero qui... passavo di lì... è che tu... perché io...” Ok, non gli venne niente.

“Bene ragazze, lasciamo questo spione alle sue faccende da duro, evidentemente la cortesia non è gradita dall’altro lato della città,” disse Mashiko tornando verso le sue amiche.

Vedendola allontanarsi Slimeye ebbe un sussulto: “No, aspetta, scusa...” La sua voce fu tanto pentita da far fermare Mashiko. Così continuò: “Sì, ti stavo osservando. Non è bello, lo so. Sai, sei carina e simpatica,” disse con un filo di voce, con la sincerità nel cuore. Poi aggiunse un tocco di classe: “Amici?” disse stampandosi sul volto un sorrisone.

Mashiko si aggrottò, poi sorrise furba; e stupenda. Si girò verso le sue amiche: “E sia. Ragazze? Posso presentarvi...”

Lui le si avvicinò: “Slimeye.” Lei piegò il sorriso così aggiunse: “Toshiro Kensa”.

Mashiko tornò a sedersi sulla panchina di acciaio bianco con i braccioli a forma di ala di cigno. Lui le andò accanto, sferragliando il meno possibile con la sua cintura di metallo, in mezzo alle altre cinque ragazze già lì. Quattro Crane ed una Scorpion, vestita di un abito di pelle rosso carminio e truccata con un tatuaggio henna attorno ad un occhio e sulla guancia sinistra.

Toshiro pensò: ce l’ho fatta, l’ho conosciuta, sono entrato nella sua vita; sarò suo amico, ormai il peggio è passato. Idiota. Il peggio stava arrivando e Slimeye lo scoprì in pochi minuti.

Hatami, l’amica de lclan Scorpion di Mashiko, era la più biforcuta. Fu la prima parlare tempestandolo di domande. Fu subito palese come lui fosse venuto a spiarle perché voleva insidiare Mashiko, ed in modo anche poco onorevole.

Non furono tanto le domande ad insinuare ciò, quanto le risposte che Toshiro finì per dare. Dopo cinque minuti già sudava, balbettava e si stava scusando per ciò che non aveva detto: “No, certo non è così... io sono una brava persona... sì, le brave persone non spiano ma...” Presto gli mancò la rozza schiettezza Crab.

Toshiro non ci stava capendo più niente, capì solo che nel gruppo di ragazze vigevano tante piccole regole non scritte; tante piccole usanze, gesti, occhiate, toni di voce che ne regolavano le interazioni. Ognuna aveva un posto a sedere o attorno alla panchina, che cambiava col cambiare degli argomenti ed il passare più o meno al centro dell’attenzione di ognuna. Non capì come, ma lui era finito al centro del cerchio, nella posizione del bersaglio.

Le altre amiche Crane non se ne stettero certo in disparte anche se il loro modo di prenderlo in mezzo era meno diretto di quello di Hatami. Non si focalizzarono sul far emergere i suoi errori ed i suoi punti deboli come Hatami. Con giri di parole ed argomentazioni ardite dimostrarono come lo svolgersi dei fatti e lo stato delle cose rendesse il suo comportamento inequivocabilmente fallace. O almeno erano quelle alcune delle parole che avevano usato, di cui lui Toshiro non conosceva chiaramente il significato.

Una mente pratica come la sua non poté credere come delle semplici parole potessero avere tanto potere di colpire, ferire, manipolare, provocare emozioni. Non poté fare a meno di dargli ragione.

Il pomeriggio fu eterno. Un battesimo del fuoco. Tra l’altro non riuscì a parlare quasi per niente con Mashiko, tanto da temere fino all’ultimo che non l’avrebbe più rivista. Invece a fine pomeriggio lei gli disse qualcosa che lui interpretò come il modo di Mashiko per dirgli di volerlo rivedere: “Bene, mi caro, ora vai e tieni pure il mio fazzoletto, ma ricorda di riportarmelo candido come quando l’ho tirato fuori dal mio obi, chiaro?”

Probabilmente Mashiko lo aveva messo alla prova, o si era voluta vendicare. Lui era sopravvissuto ed aveva resistito, per lei, a quella mortificazione continua cui lo aveva sottoposto quel gruppetto di ciarliere manipolatrici. Era stato messo alla prova e l’aveva superata.

Toshiro tornò a casa volando a dieci centimetri da terra per la felicità di averla finalmente conosciuta. Avrebbe per sempre conservato i due trofei conquistati quel pomeriggio: il fazzoletto, poetico simbolo Crane che gli avrebbe permesso di rivede Mashiko, e la cicatrice sullo zigomo, virile ricordo Crab del loro incontro.


Ketaro ricevette quella strana chiamata dalla centrale mentre stava finendo il suo turno. Era di Toshimoko Hada, una ragazza impiegata presso la Shosuro Covered Ops, una società dalle attività poco chiare. Era una sua vecchia compagna del liceo nonché vecchia conoscenza della polizia, pareva volesse incontrarlo in un parco. La cosa lo aveva incuriosito. In realtà, pensò, quella ragazza lo aveva sempre incuriosito; al liceo un paio di volte aveva pensato di chiederle di uscire. Non lo aveva però mai fatto, perché lei sembrava un momento avvicinarsi, un momento allontanarsi; come naturale per una del clan degli Scorpioni.

Arrivò al parco in anticipo, per essere il primo. Il parco era un giardino all’interno di un complesso di palazzi Crane di acciaio e vetro azzurro, lanciati verso il cielo notturno. Il giardino era talmente ben tenuto e sofisticato nella sua composizione da incutergli quasi soggezione. I giardinieri addetti alla sua manutenzione erano più degli artisti che degli artigiani. Decise di lasciare la sua armatura potenziata Avenger fuori dai cancelli, per non danneggiare troppo il terreno. Ne uscì, ma prese con se la pistola CLAMS in dotazione, per precauzione.

Camminando per il parco pensò quanto lui fosse in disarmonia con quel luogo, vestito di larghi pantaloni neri senza fronzoli, di una anonima maglia grigia, con la barba lunga di due giorni, in quel giardino di sempreverdi e fiori delicati, di profumi e ruscelletti gorgoglianti.

Arrivò al centro del parco, in un ampio spazio erboso con al centro una fontana con un’alta colonna a specchio. Quella sera doveva riflettere tutte le stelle del cielo. Fece un giro del prato, nessun movimento sospetto. Deformazione professionale. Si trovò un posto su di una panchina, mentre aspettava. Immaginò il parco durante il giorno, i giochi dei ragazzini, le madri aristocratiche e compite vestite magari di un elegante kimono bianco ed azzurro, magari strettamente fasciate in un abito di alta moda che sua madre non avrebbe nemmeno saputo indossare. Sua madre, nella sua comoda vestaglia di flanella grigia, che camminava per il vicolo di cemento con le sporte della spesa, rientrando dal supermercato; due mondi.

Soprappensiero si accorse solo all’ultimo minuto di un uomo in avvicinamento con passo deciso, da dietro. Si alzò per osservarlo meglio. L’abito classico, a metà tra un doppiopetto occidentale ed un kimono tradizionale, dal colore arancio-marrone; il passo imperioso ed il cipiglio fiero: un probabile Lion. La mostrina sul petto gli diede la conferma: Matsu Imperial Army, un militare. La cosa più preoccupante fu però il daisho al fianco del tipo. Il suo da tempo lo lasciava alla centrale di polizia prima di prendere servizio. Si maledisse, prevedendo guai. Anche perché quello lo stava proprio puntando, e ruotò la katana all’insù, nella posizione più comoda per l’estrazione, la posizione più aggressiva.

Gli arrivò a pochi, pochissimi metri. Ketaro pensò gli sarebbe andato a sbattere addosso; ma certo un Crab come lui non si sarebbe spostato. L’uomo però si fermò di scatto: “Ketaro Shirio, presumo...”

Ketaro si rese conto di avere i muscoli tesi per ammortizzare un eventuale colpo. Il chi e l’impeto di quell’uomo erano talmente forti da averlo colpito anche senza essergli fisicamente arrivato contro. Si costrinse a rilassarsi: non sempre l’abito fa il monaco. A Rokugan quasi, ma non sempre. Aveva comunque la pistola CLAMS presa dall’Avenger, infilata nella cintura dei pantaloni dietro la schiena.

“Sì, chi me lo chiede?” rispose con fermezza. “Il mio nome è Shudo Kenta, e ti sto cercando per conto di Toshimoko Hada. Per vendicare il suo onore!” Così dicendo Shudo portò la mano alla katana, e l’estrasse portando un ampio fendente orizzontale all’altezza delle interiora di Ketaro. Questi fece un rapido salto all’indietro, evitando il colpo di Iaijutsu; non era stato portato con convinzione, più un’estrazione che altro. “Ehi! Ma sei pazzo?” urlò Ketaro.

“Non sono pazzo,” grugnì Shudo, in preda alla rabbia, “questo è un duello, se non l’hai capito! Un duello d’onore! Samurai, difenditi!” Poi sollevò la spada sopra la testa e l’abbassò verso il cranio di Ketaro. Questi schivò di lato; il colpo fu lento, non degno di un samurai del clan Lion. Erano solo avvertimenti, ma a giudicare dalla rabbia che stava montando in quel tipo, forse non avrebbe potuto contare ancora per molto sul suo fair play.

Lion, irascibili ed impetuosi. Ma perché poi? Ketaro fece un rapido computo delle sue possibilità: se avesse avuto la sua katana avrebbe potuto difendersi, ma non l’aveva; un samurai senza katana, chi l’ha mai visto? Sei un idiota, si disse.

Aveva sempre la pistola, ma che figura ci avrebbe fatto? Interrompere un duello con una pistola: il suo onore sarebbe sceso sotto le scarpe, come se fosse mai stato una persona virtuosa. Oppure avrebbe potuto continuare a schivare e parlare, aspettando che a quel Lion venisse voglia di fargli vedere qualche mossa della scuola di kenjetsu Matsu e lo affettasse per benino. L’indomani mattina avrebbero trovato un samurai morto per ferite di katana, un qualche agente della Kitsuki Investigative Agency avrebbe accertato si fosse trattato di un duello d’onore e tutto sarebbe passato in secondo piano.

Decise: non sapeva che fare. Sperò solo l’onore di quel Lion fosse più forte della sua rabbia: “Ehi, amico! Che fai? Attacchi un avversario indifeso? Ti sembra il modo di fare i bravi samurai?” Ok, la sua diplomazia Crab non era certo la migliore.

Intanto Shudo era finito con la spada in posizione sfavorevole, con la punta appoggiata a terra. Riuscì comunque a portare un buon colpo, alzando la lama dal basso e affondandola di punta, avanzando con un saltello in avanti. Ma anche questa volta con poca intenzione. Ketaro schivò saltando di lato, alzando le braccia nel gesto.

Osservò un momento il volto del suo avversario, cercando il segno di una breccia portata delle sue parole. Niente. Solo odio. Al diavolo la diplomazia, al diavolo la tradizione e l’onore. Estrasse la pistola CLAMS, agendo rapidamente sul selettore delle munizioni, e puntandola verso il petto del Lion. La pistola suonò indicando la piena funzionalità. “Ora basta!” urlò, “Allontanati e rinfodera il ferro, povero pazzo, o ti spappolo il cervello!” Ecco, le imprecazioni gli venivano molto meglio.

Shudo esitò, per un attimo parve avesse intenzione di attaccare di nuovo, tese i muscoli. Poi però il suo volto divenne paonazzo, si raddrizzò dalla posizione carica del combattimento e si rimise completamente ritto, impettito, rinfoderando la katana. Così Ketaro disse: “OK, bello, adesso dimmi cosa diavolo vuoi da me, e che cosa centra l’onore della signorina Toshimoko Hada.”

Shudo lo fissò con disprezzo. Alzò lentamente il braccio, puntandogli l’indice contro. Cominciò a parlare grave: “Hai interrotto il nostro duello con quella pistola, e questo non è consono a chi si fregia del titolo di samurai. Esigo tu faccia seppuku.”

“Ha! E questo lo chiameresti duello?” sbottò Ketaro. “Se anche volessi non potrei, non vedi che non ho la mia spada? Ti è forse cresciuta la criniera in dentro al posto del cervello? Smettila di vivere nel passato, bello, al diavolo queste sciocchezze, e dimmi quello che voglio sapere.” Ketaro mascherò la vergogna che provava; era un Crab ma le parole di un retto Lion lo ferirono lo stesso nell’orgoglio.

“La signorina Toshimoko Hada mi ha parlato delle tue intenzioni, Crab. Se credi di poter trattare una gentile donzella come trattate voi le vostre donnacce vi sbagliate di grosso. C’è ancora chi crede in certi valori a questo mondo.”

Ketaro stava per replicare a tono a quelle follie: va bene l’onore, il fanatismo Lion e tutto il resto, ma come aveva potuto quella donna, seppur in possesso di ottime capacità persuasive, fare leva così tanto sui sentimenti di quel Shudo tanto da spingerlo ad uccidere? Quali prove poteva avere? Poi gli venne in mente quello che quel Lion aveva detto, ed una nota letta sul fascicolo di Toshimoko. Il suo sguardo, quasi anticipando il suo ragionamento, corse sul collo del samurai. Ecco, un piccolo cerotto, color pelle, poco visibile. Non era un cerotto, però.

Fece un cenno con il capo verso il Lion, quello aggrottò le sopracciglia. Ketaro portò la sua mano al collo. Il Lion, senza parlare, fece altrettanto, notando con il tatto la presenza del cerotto. Se lo strappò. Di colpo cadde, svenuto, lungo disteso. Un chip per il controllo delle emozioni. Ecco come aveva fatto Toshimoko a convincerlo: una volta attaccato il cerotto gli era bastato raccontare qualche storia inventata ed il carattere già rigido del Lion aveva fatto il resto.

Il piano a quel punto fu chiaro: il giardino per fargli lasciare fuori la corazza, il turno per cui non aveva la katana, il duello, se così si poteva chiamare, per non fargli usare la pistola, ed il Lion ipereccitato, per staccargli la testa. Mentre viaggiava con la sua corazza Avenger verso la centrale con il corpo inerme di Shudo Kenta in spalla si ripromise di fare ulteriori ricerche sulla sua vecchia amica Toshimoko Hada.


Le allieve dell’ultimo corso di aerobica e kata della sera cominciarono a scendere dal tatami su cui si erano esercitate. Una dopo l’altra passarono sotto l’arco torii di accesso all’area ginnica per purificarsi nello spirito dopo aver meditato e temprato il fisico.

Il maestro Tetsumade intanto cominciò i suoi vespri serali. I corsi tenuti durante il giorno erano per lui solo un riscaldamento; adesso iniziava il suo vero allenamento, la meditazione, la preghiera con cui glorificare madre sole, la sua dea. Ella stava in quei momenti calando oltre le cime dei grattacieli del complesso Crane in cui aveva sede la sua palestra, una delle migliori dello stato di Rokugan.

La palestra era un unico grande ambiente, i tre grandi tatami centrali dove si tenevano i corsi erano attorniati dalle zone con gli attrezzi. Erano separati tra loro solo dagli archi torii sotto cui gli allievi passavano, prima di intraprendere i numerosi corsi di esercizio e preghiera offerti dalla palestra. Chiunque avesse avuto voglia di migliorare la sua forma fisica sarebbe stato ben accetto; quello era il primo obiettivo della palestra, la loro prima missione.

La parete esterna era un’unica vetrata prospiciente il meraviglioso giardino con la fontana a specchio al centro del complesso. Tetsumade adorava fare kata e meditare coltivando il suo fisico perfetto mentre il sole calava e le ombre si allungavano sulla vista stupenda che si godeva; continuare finché il cielo non fosse divenuto scuro, come la dottrina imponeva, per poi ritirarsi nella sua cella.

La macchina per i pettorali cominciò a vibrare sotto le sue spinte. Lui si guardò negli specchi alla parete: controllò il suo fisico, scolpito e cesellato in ogni fascia muscolare. Perfetto, non certo deforme come i bodybuilder occidentali. Ad un monaco del Kaimetsu-uo Fitness Centers era richiesta massa muscolare potente ma anche agilità, autocontrollo, disciplina mentale e morale e saggezza; oltre all’amore per l’insegnamento e grande capacità di trasmettere l’entusiasmo e la devozione verso la cura della forma fisica e mentale agli allievi. Il corpo di ognuno è un regalo degli dei e portarlo alla perfezione è il modo per rendergli grazie per il dono concesso.

Lo sforzo cominciò a farsi serio, il sudore gli bagnava i bicipiti e le spalle. Guardò ancora nello specchio. Con la coda dell’occhio vide di non essere l’unico ad osservare i suoi muscoli fremere: da oltre l’arco torii alcune allieve si attardavano nell’ammirarlo, seminascoste.

Un lieve sorriso curvò le sue labbra. Lo ammise: adorava sentirsi ammirato da quelle che erano un po’ delle figlie; certo per vanità ma anche perché così lui era d’esempio per loro. C’era anche la signorina Hakaji. Da tanto seguiva i suoi corsi nell’intento di trovare la forma ma lui sapeva come avesse un debole per lui. Tutte le sere era l’ultima ad andare via.

La signorina Hakaji era una dei maggiori tenori di Rokugan, una ronin balzata al rango di samurai a furor di popolo per le sue doti innate. La bellezza della sua voce era prorompente, fuori discussione, un po’ come il fisico di Tetsumade. Invece il fisico di Hakaji non era altrettanto perfetto, tutt’altro: grassoccia, flaccida, si agitava scomposta durante gli allenamenti, senza ottenere grandi risultati. Nonostante si applicasse con impegno.

Tetsumade cambiò attrezzo, lanciando un sorrisetto in direzione del suo pubblico improvvisato. Certo quello era l’importante: l’impegno c’era ed infatti Hakaji gli andava proprio a genio. Da quel punto di vista era l’allieva che ogni maestro sogna di avere. Lui le ripeteva sempre come i risultati sarebbero arrivati con la costanza, e la spronava con severità ma affetto.

Da dietro l’arco torii Hakaji osservò ancora per parecchio tempo quel corpo scultoreo mettere a dura prova le macchine per poi esercitarsi in diverse discipline marziali. Anche Tetsumade osservò per tutto il tempo il suo corpo fremere ed i suoi muscoli vibrare. La loro era una strana coppia, unita proprio in quello: nell’attrazione che entrambi provavano per il corpo di Tetsumade.

Tetsumade trovava questo fosse il mezzo con cui portare ammirazione e devozione agli dei. La sua dottrina monastica proibiva qualunque attività potesse interferire con la missione di diffondere e gestire la cura, il culto della perfezione fisica. Hakaji avrebbe invece voluto qualcosa di molto meno nobile anche se impossibile.


Il giardino tra i grattacieli di specchio azzurrato era un’oasi di tranquillità e pace. Fin dai tempi della sua costruzione però qualcosa aleggiava sulla sua perfetta armonia zen: il grattacielo della Iuchiban Unlimited. Era stato costruito solo qualche mese dopo, e la punta del suo corno nero più alto faceva capolino tra due palazzoni, appena visibile dal centro del parco.

Tutto l’ultimo piano era occupato dall’ufficio ed abitazione del presidente. Quella sera le luci erano ancora accese nonostante fosse molto tardi. Mr. Iuchiban nel suo elegante doppiopetto nero era seduto sul divano di pelle con in mano un ampio bicchiere con un dito di brandy dentro. Lo fece roteare, ammirandone il colore ed i riflessi.

Il maxischermo olografico era sintonizzato su di un canale musicale satellitare underground, danese. Mr. Iuchiban lo stava guardando non molto divertito: c’era un rumoroso concerto metal degli R-Rage, un gruppo della Ikoma Thunder Records Inc. Era un concerto illegale, per cui era tenuto su di una piccola isola al largo delle coste islandesi, dove la censura non poteva essere applicata. Il gruppo aveva fatto discreto scalpore negli ultimi anni, più per i contenuti blasfemi e violenti dei suoi testi che per la qualità della musica, ed era diventato numero uno nelle classifiche della musica Rokuganese esportata nel resto del mondo. Così l’Imperatore ed i Lion, il clan cui apparteneva la casa discografica del gruppo, chiudevano un occhio sulla natura non certo edificante del gruppo pur di godere del prestigio e dei vantaggi economici che questo portava a Rokugan.

Mr. Iuchiban scosse il capo, poi portò ancora il bicchiere vicino alla bocca; lo mosse, annusò l’aroma del brandy ad occhi chiusi. Povero Fu Leng, pensò, non imparerai mai. Riappoggiò il bicchiere. Intanto il cantante, vestito nel suo ridicolo abitino di pelle attillata nero e giallo ed ocra, iniziò una sorta di ritornello, incitando la folla di scalmanati a seguirlo nella proclamazione. E’ il momento, pensò: comandò con la mente al proiettore olografico, tramite il neuralplug wireless installato alla base del cervelletto, di aumentare il volume, fino ad allora tenuto a zero.

Il gruppo intonò un riff ossessivo, ripetendo la frase ‘Fu Leng Lives!’ La massa, almeno mezzo milione di ossessionati, gli andò dietro. Poi il cantante, dal nome altisonante di ‘Dark Lion Heart’, DLH per gli amici, sollevò il polso sinistro al cielo. Con uno dei vari chiodi di acciaio prominenti dal suo abbigliamento si tagliò ed una goccia di sangue cominciò ad uscire dalla ferita. Subito tutto il pubblico lo imitò, aumentando la cantilena in un’orgia di violenza ed invasamento. Mr. Iuchiban si drizzò meglio sulla poltrona.

Per molti secondi la cacofonia si moltiplicò e l’energia oscura che si levava da quel rituale di magia nera Maho improvvisato divenne percettibile, concreta. Tutto crebbe, morboso, maligno. L’energia alimentava se stessa.

Poi il corpo di DLH fu preso da convulsioni. Pochi momenti, poi esplose. Mr. Iuchiban si infossò di nuovo nel divano di pelle, nel cuscino, con un mezzo sorriso. Bravo bravo, pensò, hai fatto proprio il compitino. Però oggi come oggi non è così che si può conquistare il mondo. Se tu sei il nome del male, ormai più un concetto che un essere vivente, qui alla Iuchiban Unlimited siamo molto più concreti. Economia, politica, tecnologia: è questo il modo per dominare il mondo d’oggi. E’ questo il modo per veicolare il male.

L’esplosione sul palco fu assordante. I fumi e le fiamme scaturite vorticarono verso l’alto, formando una sfera di fuoco innaturale. Poi al centro di essi cominciò ad apparire qualcosa di solido: un essere, enorme, si materializzò, crebbe, come una bolla di massa nera che si gonfia. Pochi secondi divenne un gigante di almeno una decina di metri: gambe taurine, corpo muscoloso ingobbito, sproporzionato nei pettorali e nelle spalle, testa di toro con le corna rivolte in avanti, occhi di fuoco, braccia con mani artigliate, pelle nera e lucida. La bestia ruggì mentre le fiamme si dileguavano, poi saltò in mezzo alla folla, schiacciando un nutrito gruppo di fan.

Il panico prese a diffondersi tra la gente. La bestia sferzò con un braccio tra la folla, colpendo una decina di persone. Una massa di sangue, membra, arti strappati e corpi volarono in alto e di lato, sopra altra gente che, fitta, prese a tentare la fuga, topi in una gabbia creata da loro stessi.

Ci vollero almeno trenta secondi perché il panico e la consapevolezza di quanto stava succedendo si diffondesse abbastanza lungo la folla da permettere ad i più vicini di scappare. Nel frattempo il mostro aveva già fatto pile di cadaveri intorno a sé, tanto che per raggiungere altre vittime dovette camminarci sopra. Intanto le persone più vicine avevano cominciato a spingere ed a lottare per allontanarsi, e presto i morti per calpestamento e schiacciamento cominciarono a rivaleggiare con quelli della bestia.

Mr. Iuchiban stava contando quanto sarebbe durato questa volta il piano di Fu Leng; se applicare più violenza insensata della volta prima poteva definirsi un piano. Passarono altri trenta secondi, poi qualche altro minuto. Complimenti, già un buon risultato. Se non altro tutta quella scena avrebbe sparso in giro un bel po’ di Taint, la malattia che porta il seme della malvagità nei cuori.

Mr. Iuchiban si connesse con la mente ai suoi server, attraverso i quali penetrò tramite i canali aperti dai suoi netrunner nelle trasmissioni militari della Toritaka Air Force, l’aviazione, e della Yoritomo Imperial Fleet, la marina militare. Cinque Emerald Falcon comunicavano in quel momento con la Rokugan’s Pride, un incrociatore al largo delle coste islandesi:

“Capo F: bersaglio sui radar. Passare alla modalità d’ingaggio?”

“Pride a Capo F, è possibile loccare il bersaglio?”

“Capo F: sì, la folla è abbastanza lontana da poter loccare i Dive.”

“Pride: Stima dei danni collaterali?”

“Capo F: possibili danni ai civili, possibili vittime.”

Alcuni secondi di silenzio. Poi: “Pride a squadriglia F: cinque Falcon’s Dive sul bersaglio. Rapporto attacco. Chiudo.”

Sullo schermo alcuni bagliori apparvero nel cielo sopra il concerto, appena visibili dalla camera fissa che stava inquadrando da lontano la situazione. I bagliori si avvicinarono e divennero sagome più distinte, con la loro ala a mezza luna rovesciata. I cinque grandi uccelli d’acciaio, uno ad uno, ruppero la formazione e si gettarono verso il basso, picchiando fino ad arrivare quasi a terra, per poi cabrare di nuovo verso il cielo. Ognuno, a turno, lanciò un Falcon’s Dive, un missile terra-aria in dotazione standard ai caccia Imperiali. Le cinque bombe corsero verso la bestia che sferzava e batteva ignara sulla gente in fuga. Cinque botti di fuoco scossero la zona, il terreno tremò. Pezzi di carne, parti di corpi e terra bruciata fu tutto quello che rimase dopo l’impatto.

“Capo F a Pride: bersaglio centrato e distrutto. Ripassiamo per un controllo visivo.”

Iuchiban si disconnesse dal sistema. Spense l’oloschermo. Sollevò il suo brandy e lo bevve, lasciando poi il bicchiere sul tavolino. Scosse un’ultima volta la testa e si preparò ad andare a letto. La mattina successiva avrebbe dovuto contattare il suo amico all’Akodo War Ministry, il ministero della difesa, cui aveva consigliato l’invio delle forze armate per controllare la zona del concerto.


La mezzanotte rifulgeva il suo splendente nero assoluto sulla colonna al centro della fontana. Sulla sua superficie a specchio l’acqua sgorgava dalla sua sommità poi cadeva lungo di essa in una cangiante irregolarità invisibile nel buio; increspando però, tremolando, giocherellando con il riflesso del cielo di mezzanotte. Le stelle e la luna balenavano danzando all’infinito sulla sua superficie, divenendo assoluta poesia.

La giornata era finita. La figura di luce di Shiba venne proiettata dall’oloproiettore nascosto sotto il rivestimento a specchio della fontana, a pochi metri di distanza da essa, con i piedi che sfioravano l’acqua. L’oloproiettore si spense ma la figura digitale rimase lì e non sparì come avrebbe dovuto; anzi essa cominciò a mutare e da disegno fatto di fasci di luce divenne un corpo vivo, di carne ed ossa.

In quello stesso momento la notte rifulgeva allo stesso modo sullo stemma a forma di unicorno rampante d’oro e viola sul cofano dell’auto nera, di lusso. L’auto entrò nel complesso di palazzi Crane diretta verso la fontana.

Alla sua guida Soteru Wodana passava rapido le mani dal cambio al volante. Procedeva decisamente spedito, facendo stridere le gomme, sfruttando tutta la potenza del mezzo. Sapeva quel che faceva, lui era una guardia del corpo Seppun, addestrato nella guida sportiva come in molte altre discipline. Sorrise: un Seppun deve essere il meglio, lui era uno dei migliori tra i migliori. Pronto a difendere la vita dell’Imperatore a qualunque costo.

Il sorriso sparì però presto. Sotto i suoi occhiali scuri il suo mento massiccio e la sua bocca sottile divennero ancor più marziali del solito. Al suo fianco Getoshi Miya tremolò tanto nel corpo quanto nella voce: “Soteru san, ti prego, rallentiamo. Credo stiamo procedendo troppo velocemente!”

Soteru rallentò. Il suo grugno divenne ancora più severo. “Certo, Getoshi sama, come credete,” dovette dire. Purtroppo, Getoshi era di stirpe più nobile di lui quindi doveva obbedirgli. Dannazione, proprio quello come compagno in una missione tanto delicata.

Getoshi Miya era un cartografo od araldo, un diplomatico, un nobile. Faceva fatica anche a salire e scendere dall’auto tanto era vecchio, con la sua barbetta grigia medievale ed il suo kimono d’alta uniforme che gli intralciava anche il camminare. Soteru dall’alto della sua corporatura da lottatore ed il suo impeccabile doppiopetto nero occidentale lo fulminò di nuovo con un’occhiata.

La Shinjo Custom arrivò fino al giardino con la fontana. La notte era abbastanza chiara da permettere di vedere la figura al centro, abbastanza da distinguere i lineamenti dell’uomo, così come il maestoso kimono rosso e arancio tipico di tante raffigurazioni iconografiche di Shiba, il kami. Shiba in persona, il dio.

Getoshi sospirò e passò qualche secondo a fissare fuori. Secondi cruciali: aprì la bocca ma non riscì a proferire parola perché l’auto voltò bruscamente zittendolo. Soteru la guidò sul prato poi accelerò verso la fontana. Aveva infatti notato la figura e la sua attenzione era stata catturata dal fatto che l’essere galleggiasse nell’aria levitando sull’acqua. Non era quindi certo umano, per cui era pericoloso. Anche lui era stato avvertito di quel possibile incontro ma un Seppun sa come sia molto meglio non fidarsi mai di nessuno ed evitare ogni possibile rischio.

L’auto procedette diretta verso la figura in modo da affrontarla dal lato del motore, la parte più resistente, per sbandare solo all’ultimo in modo da fermarsi porgendo al bersaglio il lato destro. Mentre eseguiva quella manovra Soteru piazzò anche la mano sulla testa di Getoshi per spingerlo ad affossarsi nel sedile, protetto dalla carrozzeria corazzata dell’auto. Imperò poi: “Stia giù e non si muova!” e con mossa collaudata aprì lo sportello rotolando fuori, finendo a sedere a terra dietro la gomma dell’auto.

Il suo doppiopetto nero lo seguì come un guanto. Era in realtà una corazza Supai di fabbricazione del clan Scorpion, fatto fare su misura, leggero come una calzamaglia, resistente ed elegante, indistinguibile da un abito comune. Da esso estrasse la pistola CLAMS con mirino laser e selezionò i proiettili a ricerca calorica. Saltò in ginocchio appoggiando le due braccia sul cofano per prendere meglio la mira. Nel visore integrato nei suoi occhiali scuri cominciarono ad arrivare dati ed immagini trasmesse da pistola e mirino.

Poi passarono tre secondi di stasi. Occhi guardarono negli occhi. Fu poi Soteru a parlare: “Siamo emissari mandati dall’Imperatore in persona. Lei è sotto tiro! Si identifichi senza fare movimenti bruschi!”

Shiba osservò la scena con espressione curiosa. Guardò la pistola in mano a Soteru. La fissò e disse: “Oggetto, ti prego, dimmi cosa sei.” La pistola volò in alto, nell’aria. Soteru se la lasciò sfilare dalle mani, spalancando gli occhi. Il cavetto di collegamento tra l’arma e la tuta si staccò per la trazione. Poi di colpo l’arma si smontò in ogni suo singolo pezzo, di fronte agli occhi si Shiba. Per un attimo tutto fu immobile, perni, molle, pezzi d’acciaio e pallottole stavano sospesi mentre Shiba li contemplava.

Poi Soteru sbottò: “Dannazione, allora sei davvero pericoloso! Mi hai disarmato, ma se sei un samurai, ti sfido a duello!” Intanto saltò sul cofano ed oltre di esso, verso Shiba. Estrasse il manico della sua katana laser da dietro la corazza e ne attivò la lama. La katana si materializzò, disegnata nella notte dalla luce, con una fiammata azzurro ghiaccio. Soteru la portò sul capo e si avventò su Shiba.

Il kami attese ancora guardando i pezzi della pistola. Quando Soteru fu a pochi passi da lui Shiba si girò quasi sorpreso, poi il suo sguardo fissò gli occhi del samurai, irritato. A quell’occhiata Soteru si fermò, bloccando la spada ad un centimetro dalla testa di Shiba. Quegli occhi gli comunicarono qualcosa, li sentì entrare nella sua anima ed andare a toccare il suo onore. Soteru capì d’un colpo cosa stava per rischiare di fare. Seguì un attimo di stasi. Il respiro affannoso di Soteru fu l’unico rumore che si sovrapponeva al delicato scrosciare dell’acqua della fontana.

In quei secondi Soteru valutò bene la situazione. Si maledisse per aver sbagliato tutto: stava attaccando un samurai di rango enormemente superiore al suo; pretendeva fosse un duello, non solo senza la minima etichetta ma anche senza che questi si stesse difendendo. La vergogna lo attanagliò allo stomaco, il volto arrossì, il sudore divenne freddo. Rimase immobile, ebbe un capogiro, si chiese che fare. Shiba aggiunse poi il colpo finale: “Un samurai, dici di essere, ma la tua lama non porta l’anima dei tuoi antenati. Qual sorta di samurai saresti? Che razza di diavoleria senz’anima osi brandirmi innanzi?” Soteru si rese conto di quanti sbagli avesse fatto. Il suo altissimo onore di Seppun di rango era ormai macchiato.

Almeno, l’imbarazzo del momento venne rotto da un rumore. Getoshi, finalmente riuscito a liberarsi dalla cintura dell’auto, ruzzolò fuori dalla macchina, in ginocchio sul prato: “Oh nobile Shiba!” disse con la testa china e la spada appoggiata di fronte a lui, “Quale visione! Quale onore conoscerti di persona!”

Shiba si distrasse da Soteru per osservare il nuovo arrivato. Il suo volto si sciolse in un lieve sorriso: “Oh, quale lama interessante è invece questa. Sento la presenza di grandi antenati attorno ad essa, e delle storie che potrebbero raccontarmi.”

La conversazione poté così cominciare. A breve Shiba e Getoshi si sedettero l’uno di fronte all’altro a discutere del mondo del 2050. Soteru si piazzò al loro fianco rientrato nel suo ruolo: immobile, silenzioso, invisibile e pronto a tutto come solo una guardia del corpo Seppun può fare.

I contenuti della comunità sono disponibili sotto la licenza CC-BY-SA a meno che non sia diversamente specificato.